Archivi tag: Vincenza Pellegrino

Titanic

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Non ho mai parlato di lui fino ad ora, con nessuno, neanche con tuo nonno… Il cuore di una donna è un profondo oceano di segreti. Ma ora sapete che c’era un uomo di nome Jack Dawson, e che lui mi ha salvata, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata. Non ho niente di lui, neanche una sua foto… Vive solo nei miei ricordi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tu fosti finché non te ne andasti

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Ti sembra io pianga?

No!

Sciolgo a giri di danza il rancore

col solo intento di dimenticare il male

mentre tutto scorre uguale

nell’irremoto spazio di questo occhio fisso

alla capacità della tua lungimirante demenza

e senza che me ne accorga

sciolgo anche i capelli sulle mie spalle

(V. Di Caro)

 

 

 

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ph vincenza pellegrino

ESTIA

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“Ad esempio, qual’è la dea che esercita la sua influenza su una donna che prepara da mangiare o fa i lavori domestici? Mi resi conto che la verifica era molto semplice: quando il marito parte per una settimana, lei che cosa cucina per sé? Che cosa ne è della casa? Quando una donna Era o una donna Afrodite mangiano da sole, con tutta probabilità si tratta di un pasto squallido e deprimente: un formaggio mangiato direttamente dalla scatola. Quando sono sole, qualsiasi cosa presa dal frigorifero o in dispensa va bene, in netto contrasto con i pasti elaborati e squisiti che preparano quando il marito è a casa. Loro, cucinano per “lui”. Per loro, è naturale fare quel che piace a “lui”, anzichè quello che preferiscono loro: Era, perchè è una buona moglie che prepara buoni pranzetti; Demetra, perchè la sua natura materna la spinge a prendersi cura di lui; Persefone, perchè fa quello che a lui piace; e Afrodite perchè cerca di rendersi attraente ai suoi occhi. Ma se la dea che esercita l’influenza è Estia, quando è sola apparecchierà la tavola e si preparerà un pasto completo. E la casa rimarrà nell’ordine consueto. Se sono le altre dee a fornire la motivazione ai lavori domestici, è probabile che la casa sia trascurata, fino a che il marito non torni. E’ invece per il proprio piacere che una donna Estia porterà a casa fiori freschi che l’uomo assente non vedrà mai. La sua abitazione ha sempre il sapore di “casa” perchè ci vive lei, non perchè la rende tale per qualcun altro.”

“Le dee vergini (Artemide, Atena ed Estia) rappresentano la qualità femminile dell’indipendenza e dell’autosufficienza. A differenza delle altre divinità dell’Olimpo, non erano inclini a innamorarsi. Gli attaccamenti emotivi non le distoglievano da quanto consideravano importante. Non si facevano vittimizzare e non soffrivano. Come archetipi, esprimono il bisogno di indipendenza della donna, la sua capacità di concentrarsi consapevolmente su quanto è significativo per lei come persona autonoma.”

 da Le Dee dentro la Donna di Jean Shinoda Bolen

 

Una poesia che ancora mi strugge.

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I sassi della stazione sono di ruggine nera.

Sto sotto la pensilina dove sventola adagio una bandiera.

In un campo una donna si china su due agnelli appena nati.

Striscia al vento nudo sopra il fuoco, il fuoco violento dei prati.

Un uccello, isolato, raccoglie sopra un vagone abbandonato

il cielo grande d’ottobre e gli strappa il fianco bianco e gelato,

intorno, dopo la notte, ci sono tronchi sporchi di mosto

e mille macchine in fila, laggiù, in un deposito nascosto.

Apro il giornale e provo a leggere per nascondermi un poco

mentre lei parla ad un uomo ed io riconosco il suo suono un poco roco.

Chiudo il giornale, la guardo, lei è voltata e non mi vede,

i capelli sono biondi e sono tinti; dunque lei alla vita non cede.

Vuoi guardarmi? Occhio della mente, occhio della memoria!

Una donna è vecchia quando non ha più giovinezza!

E ascolto la marea del cuore perché siamo vicini.

L’ho ritrovata per caso ma non è più una ragazza.

Vorrei chiamarla e dirle: le volpi con le code incendiate

non parlano ma gridano pazze fra gli alberi per il dolore.

Sediamoci per terra oppure là sopra panchine imbiancate,

sediamoci sopra un letto di foglie secche ed ascoltiamo il nostro cuore.

Ci siamo scordati e perduti, ti ritrovo adesso all’improvviso

dentro una piccola stazione in un giorno grigio d’ottobre;

tu non mi guardi neppure, io solo ho l’inferno nel cuore

perché la vita è una goccia che scava la pietra del viso.

Ogni mattina, ogni sera io parto e ritorno da solo

come il ragazzo che ero non posso più bruciare in un volo.

Il treno arriva, si ferma; la mia ombra sale parte scompare.

Io ti vedo giovane ancora come in un sogno dileguare.

 

 

POLENA

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Voglio essere la polena della tua vita.

Quella che va davanti a te mettendo in fuga le paure.

Quella che non serve a niente.

Né timone, né vela, né vento, né ancora.

Quella che si ama perché sì.

Quella inutile abbracciata al tuo legno anche nei giorni di tempesta.

Gisela Galimi

(da Chiaroscuro e colorato, Libros de tierra firma, 2005)

di Mariangela Gualtieri “Bambina mia”

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Bambina mia,

Per te avrei dato tutti i giardini

del mio regno, se fossi stata regina,

fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.

Tutto il regno per te.

E invece ti lascio baracche e spine,

polveri pesanti su tutto lo scenario

battiti molto forti

palpebre cucite tutto intorno.

Ira nelle periferie della specie.

E al centro,

ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano

come una bestia zoppa e questo mondo

come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e

di sangue. Lo fa perchè è facile farlo.

Noi siamo solo confusi,credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci

di amare qualcosa.

Ancora proviamo pietà.

Tocca a te,ora,

a te tocca la lavatura di queste croste

delle cortecce vive.

C’è splendore

in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di piu’.

C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella,

gioia piu’ grande.

L’amore è il tuo destino.

Sempre. Nient’altro.

Nient’altro. Nient’altro.

L’empatia è sempre «incarnata»

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una attenta analisi di Vittorio Gallese che, sempre, volentieri condivido.

Uno dei contributi più fecondi apportato dalle neuroscienze negli ultimi decenni riguarda il tema dell’intersoggettività, la relazione tra gli individui. Quando incontriamo gli altri è di vitale importanza comprendere cosa fanno, con quali scopi e intenzioni, e cosa sentono e provano mentre si relazionano con noi. Cercherò di affrontare questo tema complesso sostenendo alcune tesi molto semplici, ma altrettanto nette.

1) Il livello di descrizione proposto dalle neuroscienze è necessario ma non sufficiente per comprendere chi siamo e come ci relazioniamo con gli altri. Per comprendere l’intersoggettività non dobbiamo separare il cervello dal corpo. Molti dati empirici mostrano come l’intersoggettività sia alla base soprattutto intercorporeità: non siamo menti disincarnate. I nostri processi mentali si sviluppano e sono modulati dalla nostra corporeità. È il corpo che, già a partire dall’età prenatale, ci consente l’incontro col mondo;

2) L’approccio neuroscientifico per essere applicato con successo deve essere critico, consapevole delle proprie grandi potenzialità, ma anche dei propri limiti euristici. Deve dotarsi di una prospettiva filogenetica ed evolutiva, confrontando sistematicamente le proprietà del cervello umano con quelle dei nostri progenitori, come i primati non umani. Deve fare tesoro della prospettiva ontogenetica che con i contributi provenienti dall’infant research e dalla psicologia dell’età evolutiva ci aiuta a comprendere come ognuno di noi maturi le proprie competenze relazionali e sociali nel corso del proprio sviluppo fisico, cognitivo ed affettivo soprattutto grazie all’incontro con l’altro. Le neuroscienze devono sapere coniugare in maniera produttiva la dimensione esperienziale e in prima persona della nostra vita di relazione con la ricerca dei sottostanti processi e meccanismi espressi dal cervello e dai neuroni che lo compongono;

3) Questo approccio dal basso (bottom-up) ha rivelato che guardare il mondo è qualcosa di molto più complesso della semplice attivazione del cervello visivo. La nostra esperienza percettiva del mondo è il risultato di processi di integrazione multimodale, di cui il sistema motorio è un attore principale;

4) L’integrazione multimodale di ciò che percepiamo avviene sulla base delle potenzialità d’azione espresse dal nostro corpo, un corpo situato in un mondo popolato da altri esseri umani simili a noi. Costruiamo rappresentazioni non verbali dello spazio attorno a noi, ci rapportiamo in modo altrettanto non verbale agli oggetti, alle cose e alle altre persone utilizzando un meccanismo funzionale di base, che ho definito simulazione incarnata;

5) La simulazione incarnata descrive i meccanismi nervosi che ci mettono in risonanza col mondo, instaurando una relazione dialettica tra corpo e mente, soggetto e oggetto, io e tu;

6) A partire dalla scoperta dei neuroni specchio si è compreso come l’intersoggettività non possa essere interamente ridotta all’esercizio di esplicite interpretazioni linguistiche del comportamento altrui, ma si fondi anche su un accesso più diretto alle azioni ed esperienze espresse dagli individui con cui entriamo in relazione: un accesso che si basa sull’esercizio di una modalità fondamentale di relazione col mondo, la relazione empatica. Nel IX Canto del Paradiso, rivolgendosi all’anima beata di Folco da Marsiglia, Dante scrive: «Già non attendere’ io tua dimanda, s’io m’intuassi, come tu t’inmii». Dante qui ci svela in cosa consista l’empatia: empatizzare significa comprendere l’altro dall’interno, come anche suggerito dal termine Tedesco per empatia – Einfühlung, cioè sentire dentro. Questo “intuarsi” implica per l’Io la possibilità di connettersi al Tu senza perdersi in esso, attribuendo all’altro azioni, emozioni e sensazioni che, tuttavia, l’Io conosce in quanto parte della propria esperienza vitale.

L’empatia sta conoscendo un rinnovato interesse in filosofia, psicologia ed in estetica anche grazie alla nostra scoperta dei neuroni specchio. L’incontro con l’altro, sia quando avviene in forma diretta che quando è mediato da ciò che l’altro ha creato, come nel caso delle opere di finzione come la pittura, la letteratura o il cinema, non si declina esclusivamente in termini concettuali ed astratti, ma ha sempre anche un correlato corporeo e incarnato.

“Sharehab”, una piattaforma online per la condivisione e valutazione delle risorse digitali dedicate a bambini e ragazzi disabili visivi

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Riabilitare la vista giocando: nasce il social che valuta le app migliori

di Sara De Carli3ac2f93c-54b3-4ae9-aa0a-b2be0c3c10f3

Si chiama Sharehab ed è una piattaforma online per la condivisione e valutazione delle risorse digitali dedicate a bambini e ragazzi disabili visivi, ideata dall’Istituto David Chiossone con l’Istituto per le Tecnologie didattiche del CNR di Genova e il sostegno di Fondazione Vodafone Italia

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Quello delle app è un mare magnum. All’interno ci sono anche tante risorse digitali dedicate a bambini e ragazzi disabili visivi, che aiutano la riabilitazione. Da sempre genitori, terapisti, ortottisti si scambiano esperienze e consigli, ma ora è nato “Sharehab”, una piattaforma online per la condivisione e valutazione delle risorse digitali dedicate a bambini e ragazzi disabili visivi, ideata dall’Istituto David Chiossone onlus con la partnership scientifica dell’ Istituto per le Tecnologie didattiche del CNR (Consiglio Nazionale per le Ricerche) di Genova e il sostegno della Fondazione Vodafone Italia (Sharehab è uno dei vincitori di “Digital for Social”, il bando promosso da Fondazione Vodafone Italia e realizzato in collaborazione con Gruppo 24 ORE, fra più di 450 progetti pervenuti).

«Dopo 12 mesi di progettazione e ricerca, sviluppo di modelli di valutazione delle app e test del servizio, Sharehab è pronto oggi per essere utilizzato e diventare un guida valida per chi cerca app, strumenti e indicazioni appropriate per rispondere alle esigenze particolari di ciascun bambino», spiega Silvia Dini, responsabile del progetto Sharehab per l’Istituto Chiossone. «L’obiettivo è anche offrire spunti e modelli per produrre nuovi materiali funzionali agli specifici bisogni dei bambini ipovedenti, ma soprattutto creare uno spazio di confronto per riconoscere le caratteristiche delle app accessibili e più adatte alle diverse necessità».

Si tratta di una vera e propria community che mette in rete le esperienze (Sharehab sta perShare Rehabilitation Resources) e nasce dalle buone pratiche e dai consigli del “passaparola” basato sull’esperienza diretta: raccoglie “link” a materiali informatici (app, video) non espressamente pensati per la riabilitazione ma comunque idonei a bambini fino a sei anni, ne studia l’usabilità con i bambini ipovedenti e li classifica, rispetto alla finalità di esercizi di riabilitazione visiva… La classificazione che ne deriva non è un giudizio di merito sui prodotti menzionati ma un “aggregatore” di software, giochi, video, risorse autoprodotte, link e informazioni, accessibile da tutta la numerosa comunità di figure professionali e familiari che si impegnano quotidianamente per migliorare le abilità e le capacità di ogni bambino con disabilità visiva, dandogli la possibilità di crescere e realizzarsi appieno.

Per favorire la maggiore diffusione del progetto e la sensibilizzazione dei più giovani sui temi della disabilità visiva e delle barriere digitali, nell’anno scolastico 2017/18 verrà lanciato anche il concorso “Strabuzzagliocchi”, dedicato agli studenti delle scuole secondarie: i ragazzi saranno chiamati a mettersi in gioco e realizzare strumenti (app, video, slide show, storie animate) per stimolare ed esercitare il residuo visivo dei bambini ipovedenti da 0 a 10 anni, da utilizzare per la riabilitazione, durante momenti ludici e per attività scolastiche ed extrascolastiche.

 

Foto F. Florin/Getty Images

 

La dimenticata Università di Altamura: attiva per 63 anni fu stroncata dalla “rivoluzione”

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di Pietro Marvullitimthumb

Un ateneo pugliese sorto lontano dalle grandi città, decaduto dopo un’insurrezione e del quale sono rimaste pochissime tracce. È la curiosa storia della dimenticata Università di Altamura, attiva per 63 anni nel paese murgiano in provincia di Bari.  Era ubicata nel cinquecentesco Palazzo Prelatizio di corso Federico II di Svevia, la strada che taglia in due il borgo antico da nord a sud.

L’edificio, oggi “casa” della diocesi locale, è facilmente riconoscibile per via dell’elegante balconata presente al primo piano e del particolare ingresso che immette nell’atrio che in passato ospitava alcune delle aule dell’Ateneo. L’accesso è infatti costituito da un arco a tutto sesto che poggia su colonne scanalate orizzontalmente ed è sormontato da un fregio di metope e triglifi. Su un muro laterale, adiacente all’imponente cattedrale cittadina, è visibile una targa in pietra con una scritta inequivocabile: “Qui nel Palazzo Prelatizio ebbe sede dal 1748 al 1811 la Università degli Studi di Altamura”.

L’insegna però è una delle pochissime testimonianze di questo passato accademico : ricostruirlo anzi è stato inaspettatamente complicato.  Abbiamo provato infatti a rivolgerci alla Curia, che ci ha consigliato di parlare con i responsabili del Museo Diocesano che a loro volta hanno negato l’esistenza di qualsivoglia reperto dell’antico Ateneo all’interno dello spazio espositivo, il cui archivio capitolare è comunque chiuso per lavori fino a giugno. Abbiamo quindi tentato di dare un’occhiata ai volumi della biblioteca di Altamura, ma nemmeno qui abbiamo trovato notizie utili. Fin quando ci siamo imbattuti in una tesi di dottorato dedicata all’argomento scritta da Barbara Raucci, storica proveniente dalla “lontana” Napoli. Grazie al suo studio siamo riusciti a ritornare indietro di 269 anni, quando l’Italia meridionale era ancora dominata dai Borbone. L’epopea dell’Università comincia infatti nel 1748: a fondarla è Marcello Papiniano Cusani, arciprete della chiesa locale che si avvale dei risparmi inutilizzati del Monte a Moltiplico, un fondo istituito originariamente per la creazione di un centro vescovile al quale la cittadinanza altamurana contribuiva dal 1619.

Cusani è anche il primo rettore e come tale si dà da fare per istituire le prime cattedre. Nel giro di tre anni partono i corsi di lettere umane, eloquenza greca, eloquenza latina, filosofia, geometria, medicina, sacra teologia e giurisprudenza ecclesiastica e civile. Subito dopo però il fondatore si dimette: la decisione arriva dopo il rifiuto di un organo governativo nel concedere un aumento di stipendio per i suoi professori, da lui proposto “per allettarli e maggiormente incoraggiarli a fatigar con fervore e premura”. I suoi successori non riescono però a far “decollare” definitivamente l’istituzione accademica, fino al 1784, anno in cui il nuovo rettore Gioacchino de Gemmis dà vita a grandi stravolgimenti. Innanzitutto vengono inaugurati i nuovi insegnamenti di fisica sperimentale, botanica e mineralogia, accompagnati dall’apertura di una biblioteca a disposizione degli iscritti.

Le nuove disposizioni obbligano anche i docenti a tenere almeno cinque ore di lezione al giorno e a non allontanarsi dall’ateneo senza aver corretto i compiti svolti in aula dagli studenti.  I cambiamenti in atto portano alla formazione di classi composte da giovani e valorose menti provenienti da Puglia e Basilicata. Non si sa quanti fossero di preciso: grazie al ritrovamento di alcuni foglietti risalenti al 1788 siamo a conoscenza che la maggior parte di loro è di Altamura, Bari e Giovinazzo e si avviava verso una carriera nella gerarchia ecclesiastica. L'”età dell’oro” finisce però nel 1799, quando sulla scia della Rivoluzione francese gli altamurani insorgono proclamando la repubblica. Le truppe fedeli alla famiglia reale soffocano subito la sollevazione e costringono all’esilio diversi ribelli, tra cui figurano alcuni docenti dell’università e lo stesso De Gemmis.

Quest’ultimo è così sostituito da un altro uomo di chiesa, il primicerio biscegliese Girolamo Maffione, che però non riuscirà a confermare i successi del suo predecessore. De Gemmis in realtà torna al suo posto nel 1806 ma la decadenza è ormai inarrestabile: le cattedre rimaste operative sono solo sei e dal 1809 al 1810 gli studenti passano da 100 a 70 unità. Infine la mancanza di fondi fa sì che nel 1811 venga decretata la chiusura ufficiale dell’Università, stroncata di fatto dalla rivoluzione. La “Leonessa di Puglia”, soprannome che la città aveva conquistato durante l’insurrezione, dice così addio per sempre al suo prezioso gioiello culturale, del quale oggi rimane ben poco nella memoria storica del comune barese.

I nostri adolescenti tra sexting, cyberbullismo e azzardo on line

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I nostri adolescenti tra sexting, cyberbullismo e azzardo on line

Un nuovo rapporto fotografa la condizione degli adolescenti nel nostro Paese: sempre attaccati allo smartphone e dunque esposti a rischi come cyberbullismo e gioco d’azzardo. Mentre non cala il livello di dispersione scolastica, tra i più alti d’Europa: circa il 15 per cento si ferma alla licenza media

DI GINEVRA NOZZOLI

In simbiosi con lo smartphone tra app, whatsapp e social network, assidui scommettitori on line, sportivi sì ma attratti da alcol e droghe non meno delle generazioni passate, a rischio di abbandono scolastico ben oltre la media europea. Sono gli adolescenti nati a cavallo del terzo millennio, oggi tra i 14 e i 18 anni. Un universo tanto complesso da meritare il focus introduttivo del nono rapporto di monitoraggio del gruppo Crc , una rete di 90 soggetti del terzo settore, guidata da Save The Children,chiamata a verificare annualmente l’attuazione dellaConvenzione Onu su Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel nostro Paese.

Quali risposte dall’Italia sui diritti fondamentali a salute, istruzione, protezione da abusi e violenze? Con cifre raccolte da studi e ricerche dell’ultimo biennio, status quo delle politiche di prevenzione in atto e moniti su azioni mancate e progetti da attuare, l’analisi racconta i giovanissimi italiani. E un Paese che forse non se ne cura a sufficienza.

Sono 2 milioni e 293mila 778 secondo gli ultimi dati Istat. Di questi il 92,6 per cento, si legge nel rapporto, dichiara di non separarsi quasi mai dal telefonino. A scuola, a casa, a pranzo, a cena, lo smartphone per stare sempre connessi è un terzo braccio. Il 67,8 per cento lo utilizza quotidianamente già tra gli 11 e i 13 anni. Il 69 è on line anche dal computer, il 23,6 tra le 2 e le 4 ore giornaliere. Le femmine più dei maschi. Vite off e on line si intrecciano in un processo inarrestabile, e tutelare i minori nel mare magnum dell’etere è un’urgenza che ancora non trova risposte adeguate.

Si parla di libertà, uguaglianza, dignità e diversità della persona, anche on line, nella Dichiarazione dei diritti in internet resa pubblica alla Camera a luglio 2015. Ma «senza alcuna misura o attenzione dedicata alla minore età», come specificato dai ricercatori. Esiste un Codice Media e Minori , che aspetta una revisione dal 2008, ma si occupa per lo più di protezioni legate alle programmazioni delle emittenti televisive. E anche l’ultima bozza da approvare nelle competenti commissioni parlamentari, passaggio al digitale a parte, «non affronta, neppure in termini programmatici, le questioni connesse alla diffusione dei nuovi media».

Perché se è un errore demonizzare il virtuale per le enormi possibilità di crescita e sperimentazione che offre, sembra esserlo altrettanto sottovalutarne i rischi legati a sicurezza e comportamento sociale. Parlano i numeri. Secondo un’indagine Istat del 2014 citata nel rapporto, il 6 per cento di intervistati ha subito azioni vessatorie tramite sms, mail, chat o social network nei 12 mesi precedenti la rilevazione.

Vittime preferenziali degli adescamenti on line le ragazze, con il 7,1 per cento contro il 4,6 dei ragazzi. Due adolescenti su tre ritengono che il cyberbullismo sia un fenomeno in crescita, il 38 per cento lo percepisce come il primo dei pericoli.

Le Commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera stanno esaminando alcune proposte di legge in materia, tra queste l’introduzione di norme penali per una fattispecie di reato relativa al solo cyberbullismo. Ma l’impianto punitivo non convince: i reati legati a condotte vessatorie già esistono, e così «si rischia di focalizzare l’attenzione sulla punizione, laddove la misura più efficace rimane la prevenzione».

E dal bullismo in versione digitale si passa al sexting (combinazione inglese delle parole sex e texting), quando due o più minorenni di scambiano, consensualmente, foto, messaggi, video a esplicito contenuto sessuale. Da un’indagine del 2016 condotta da Censis e Polizia postale emerge che circa il 10 per cento dei dirigenti scolastici italiani ha dovuto gestire episodi simili. E il 25,5 per cento di loro ha riscontrato difficoltà nel «rendere i genitori consapevoli della gravità dell’accaduto». Se infatti non vi è intenzione di danneggiare o sfruttare l’altro, non è da escludere, spiega il rapporto, «che i comportamenti tipici del sexting possano configurare reati connessi con la pedopornografia».

In Italia non esiste una legislazione a riguardo, salvo riferimenti impliciti nell’educazione alla parità di genere, materia di recenti interventi legislativi parlamentari, dove si accenna alla necessità di formazione del personale scolastico su questi temi. Da qui le raccomandazioni del gruppo di ricerca dirette al Miur per l’introduzione del tema dell’affettività e della sessualità come materia curriculare, «in particolare con l’adozione di percorsi formativi per gli insegnanti e moduli didattici strutturati, mutuando anche l’esperienza di altri Paesi europei».

Al pc per chattare e conoscere, ma anche per giocare d’azzardo o scommettere sulla squadra del cuore. La legge vieta la partecipazione dei minori a giochi con vincita di denaro, ma sul web tutto è possibile. E dai dati dell’Osservatorio su tendenze e comportamenti degli adolescenti, rilevati su un campione di circa 4mila giovani su tutto il territorio nazionale, emerge che tra i nativi digitali l’11,5 per cento dei ragazzi intervistati gioca regolarmente d’azzardo online, e il 13 scommette, per lo più sul calcio. La Legge di Stabilità prevede misure generiche per frenare la promozione del gioco, accolte con favore dai sostenitori delle campagne no slot, ma non si occupa di tutele per i minori. Anche qui, un vuoto da colmare.

E ai pericoli di ultimissima generazione, si sommano altri rischi ben noti. Gli adolescenti di oggi, come quelli di ieri, non si fanno mancare alcol e sostanze psicoattive, con trend di consumo in aumento. Le bevande alcoliche fanno da costante, insieme ad hashish e marijuana, le droghe più in voga secondo quanto rilevato da un’indagine del 2014 del Dipartimento politiche antidroga. Il 26,7 per cento degli studenti intervistati ne ha fatto uso almeno una volta nella vita, il 15 ammette l’assunzione nei 30 giorni precedenti la rilevazione. Significativo a riguardo anche il numero di “segnalati” delle forze dell’ordine, con il 34,5 per cento dei maschi e il 35 di femmine che non superano i vent’anni.

A marzo 2015 il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale ha siglato un protocollo per la promozione di interventi di prevenzione, con l’individuazione di risorse economiche destinate, (e indizione di bandi specifici), pari a 8 milioni e 500 mila euro. Ma il lavoro è appena cominciato. E al Ministero della Salute il gruppo Crc rivolge un chiaro sollecito a incentivare le campagne informative «rispetto ai danni derivanti dalle sostanze psicotrope e dal fumo e percorsi educativi indirizzati agli adolescenti».

Altro fronte critico che richiede un monitoraggio puntuale tocca scuola e abbandono dei percorsi formativi. Nel 2014, spiega il rapporto, il 15 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha conseguito al massimo il titolo di scuola media. Cinque punti sopra quel 10 per cento fissato dall’Europa come soglia massima obiettivo per il 2020. Un dato in calo negli ultimi anni, ma ancora consistente, specie nelle regioni del sud Italia. Molti dispersi poi finiscono per rientrare nella categoria dei Neet, (not in education, employment or training), i giovani che non studiano e non lavorano. L’Istat ne ha contati oltre due milioni, circa il 24 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni, una quota significativamente superiore alla media Ue.

«Tutte criticità ripetutamente segnalate al Miur» spiegano i ricercatori. Nel 2005, con il Decreto Legislativo 75, era stata prevista la costituzione di un’Anagrafe nazionale degli studenti, ma gli ultimi dati disponibili risalgono all’anno accademico 2011-2012. Da qui la difficoltà di monitorare l’abbandono in tempo reale (assenze, interruzioni di percorso, bocciature) e individuare così le corrette politiche da applicare.

Certo non mancano le spinte positive, quelle che chiedono al mondo adulto riconoscimento e valorizzazione. Dalle indagini sull’associazionismo risulta che, nel 2015, l’8,4 per cento degli adolescenti tra i 14 e i 17 anni ha partecipato ad associazioni culturali, ricreative o di altro tipo. Il 9,7 ha svolto attività di volontariato (nel 2014 erano l’8,6). E lo sport, i numeri confortano, mantiene un ruolo cardine nella vita dell’adolescente: il 67,2 per cento dei ragazzi e il 51,5 delle ragazze svolge lo pratica regolarmente nel tempo libero, anche in forma agonistica.

E se in Italia si legge poco, sono le fasce d’età 11-14 e 15-17 a mostrare le migliori percentuali rispetto al resto della popolazione. Rispettivamente il 52 e il 54 per cento ha letto almeno un libro nel 2015, rispetto al 42 della popolazione dai 6 anni in su. Anche la quota di adolescenti che sono andati almeno una volta in un anno a teatro, al cinema, a una mostra, a un concerto è molto più elevata della media, seppur ridotta rispetto agli altri paesi europei. Buone pratiche dalle quali partire per potenziare l’impianto di politiche a tutela della popolazione adolescente del Paese.

Lo sottolinea Arianna Saulini, di Save the Children e coordinatrice di Crc. «Ragionare sulle politiche per gli adolescenti, considerandole come parte integrante delle politiche rivolte in senso più ampio ai giovani, è fondamentale». L’Europa lo sta facendo, con la promozione di «iniziative che mettano definitivamente da parte la visione dei giovani come problema, riconoscendoli pienamente come risorsa, da rilanciare mediante politiche di empowerment». Servono interventi educativi qualificati, «che coinvolgano in sinergia famiglia, scuola, istituzioni, Terzo Settore e, allo stesso tempo, attivino le risorse dei ragazzi e delle ragazze valorizzandone il protagonismo». Perché «investire adeguatamente sugli adolescenti significa permettere loro di progettare percorsi di vita, rafforzati da un forte senso di appartenenza e di cittadinanza, e di vivere fuori dalla marginalità». Protagonisti attivi, reali più che virtuali, del nostro tessuto sociale.