Verso la scuola di domani

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Verso la scuola di domani

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Qualche giorno fa sono stata invitata a prendere un caffè digitale a scuola, insieme ai miei colleghi. Non me lo sono fatto ripetere due volte e sono andata!

Abbiamo trascorso due ore piacevoli parlando di come l’uso del digitale a scuola possa portare vantaggi a noi insegnanti e aiutarci a rinnovare la nostra didattica. Prima di darci appuntamento al successivo incontro, l’animatore digitale ci ha chiesto di collaborare al blog docentiattenti.wordpress.com, sì proprio questo che state leggendo adesso! Ho accolto il suo invito con entusiasmo, non fosse altro perché, avendo una figlia tredicenne, avverto ancora di più il gap generazionale che mi divide da lei e dai miei alunni.

education-908512_960_720Personalmente ritengo che la didattica tradizionale, e in particolare quella che si fonda sui contenuti, sia importante.

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Ma tu… che bullo sei?

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Ma tu… che bullo sei?

docentiattenti

Oggi in classe la prof d’Italiano introduce un nuovo argomento. Non tutti siamo ferrati sulle definizioni ad esso riferite, però ognuno di noi sa a cosa si allude.

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A quel fastidioso atteggiamento che ha tanto offeso MARTA, oppure quell’insulto omofobo ai danni di CLAUDIO, lanciato come un tuono che squarcia. O quello “schiaffo virtuale” dato ad una coppia innamorata, LUCA e LUISA, che viveva un sogno d’amore, distrutto da una “rete infame”, o quelle maledette e crudeli immagini di percosse e derisioni ad un ragazzo “speciale”, ma a sentire loro “mongoloide”, che hanno fatto il giro del mondo spegnendo quel sorriso dolce, spontaneo e cristallino, SIMONE distrutto da un click!

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Do you speak social?

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Do you speak social?

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Avete mai percepito l’aspetto schizofrenico dei gruppi sui social network?

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Mi spiego meglio. L’idea è fantastica: ci si confronta e si condivide con centinaia, a volte migliaia di persone tra loro lontanissime, e molti contributi sono interessanti, costruttivi e indispensabili.

Ma non siamo tutti uguali!

In questi gruppi spesso si trovano post o commenti che

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Immaginare, sperimentare, innovare

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Immaginare, sperimentare, innovare

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Tre parole chiave a partire dalle quali vi propongo la mia riflessione appena rientrata dal Convegno “Didattiche 2016” tenutosi a Rimini l’11 e il 12 novembre.

convegno-2016 Il gruppo dei partecipanti al Convegno con un ospite d’onore, il prof capovolto Maurizio Maglioni

Che la formazione sia un’occasione di messa in discussione e di crescita lo sappiamo da sempre, che sia un dovere professionale pure, un diritto anche (sebbene alcuni dirigenti pensino piuttosto ad una “concessione”!), un voler investire nelle persone per la possibilità di cambiare, di migliorare, di condividere idee e suggestioni, di lasciarsi andare alle sollecitazioni e avere voglia di provarci ancora…

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Problemi col presente? Capovolgi il futuro!

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Problemi col presente? Capovolgi il futuro!

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Problemi col presente… chi non ne ha? La categoria più in crisi ultimamente sembra essere quella degli insegnanti e, più in generale, tutti coloro che lavorano a stretto contatto con le nuove generazioni, educatori, formatori, e mettiamoci anche i genitori!

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Sempre più irrequieti in classe, poco motivati ad apprendere, attratti dalle nuove tecnologie tanto da perdere spesso il contatto con la realtà, tutt’uno ormai con i loro dispositivi digitali, smartphone, tablet e altre simili diavolerie che fanno andare fuori di testa i poveri docenti impegnati ogni giorno a “guadagnarsi” la loro attenzione in una lotta impari con il socialdel momento, o a “difendere” il ruolo di principali dispensatori del sapere (molti ancora si credono tali)… ruolo ormai incrinato, o forse già demolito, da un insegnante inarrivabile, il professor Google.

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Antichi Mestieri di Napoli: burattini, marionette e maschere

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Desideravo fare alcune precisazioni su quello che viene definito TEATRO di FIGURA, una particolare arte teatrale
che utilizza come protagonisti burattini, marionette, pupazzi, oggetti, ombre.
Su Google, in un blog intitolato “Acquerello”, ho trovato una interessante distinzione sulle tecniche più importanti, usate in questa forma di spettacolo teatrale che si serve di un
“linguaggio fortemente visivo e sensuale”.
Tra le tecniche usate dal Teatro di Figura, bisogna distinguere tra:
– I BURATTINI , che possono essere “a guanto” o “a bastone”
– Le MARIONETTE , distinte tra quelle “a filo” e quelle “a bastone” dette anche PUPI
 I FANTOCCI – I PUPAZZI
Gli OGGETTI , illuminati da un fascio di luce, che si muovono su uno sfondo scuro, come nel “Teatro Nero ” di  Praga.

OGGETT
– Il BUNKARO, una forma di teatro in uso in Giappone, con un solo narratore per tutti i ruoli.
– Le GUARATTELLE, termine cinquecentesco per indicare i burattini napoletani.
Il burattinaio ( Guarattellaro ), usa i burattini “a guanto” di tipo tradizionale e, per la voce, usa la “pivetta”, uno
strumento di sicura origine orientale, che si mette sul palato.

I PUPI, secondo la tradizione, già attivi al tempo di Socrate e Senofonte, manovrati da abilissimi burattinai
siracusani , si sarebbero diffusi in epoca rinascimentale.

 PUPI

Vi sono 4 tradizioni di questo tipo di teatro: palermitana, catanese, napoletana, pugliese, ognuna delle
quali utilizza tecniche diverse nella costruzione e animazione dei Pupi .

Le MASCHERE NAPOLETANE, pur non rientrando nell’ argomento del Teatro di Figura , hanno però una certa attinenza, in quanto i burattini rappresentano spesso gli stessi personaggi della COMMEDIA dell’ ARTE .
Napoli è ricca di Maschere e di Personaggi che sono diventati dei veri e propri “tipi scenici”, di cui il più famoso e’ PULCINELLA, diventato il simbolo stesso di Napoli , come è spiegato nel sito “Portonapoli. com”
Diverse sono le origini delle maschere regionali italiane, che (secondo quanto si legge in Wikipedia ) si possono così riassumere ; 1) Maschere nate dal Teatro dei Burattini.
2) Maschere che hanno avuto origine con la Commedia dell’Arte.
3) Maschere nate da personaggi di antica tradizione .
4) Maschere che sono state ideate appositamente come “simboli dei vari festeggiamenti carnevaleschi di varie città .
La maschera di PULCINELLA, ad esempio, pare sia stata inventata nella seconda metà del Cinquecento , ma il costume con cui è raffigurato oggi risalirebbe all’ Ottocento. Secondo altre fonti, la maschera di Pulcinella deriverebbe addirittura da un personaggio delle “Fabulae Atellanae”
dell’antica Roma .
Molte altre sono poi le ipotesi sulle origini di Pulcinella, come maschera e burattino.
Se si fa risalire la sua origine alla Commedia dell’arte , allora la sua creazione sarebbe da attribuire al famoso comico Silvano Fiorillo, anche
se Pulcinella pare essere molto più antico.

Fernanda Zuppini

Lo spagnolo nella lingua napoletana

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La penetrazione dei prestiti dalla lingua spagnola nell’italiano è stato un fenomeno che si è evoluto nel corso dei secoli, raggiungendo nel’500 e ‘600 il periodo di maggiore influsso. La zona in cui le tracce di tale penetrazione sono più evidenti è l’Italia meridionale, dove il contatto con la lingua spagnola è stato più duratura e costante. Uno dei dialetti maggiormente ricco di ispanismi è, infatti, il dialetto napoletano.
Tre secoli e mezzo di spagnoli a Napoli non potevano non influenzare e indirizzare tutti i settori della società cittadina, lingua parlata e scritta compresa.
Vediamo in sintesi come alcune parole si sono introdotte nel nostro linguaggio molte delle quali ancora oggi persistono.

– Abbuffà (gonfiare) da Bofar (soffiare, gonfiare).
– Alliffà/Alliffato (pulito, vestito con eleganza) da Alifar (pulire).
– Ammuinà/Ammuìna (fare confusione/Fastidi) da Amohinar (infastidire, irritare).
– Ammulà/Ammolaforbece (Arrotare, Affilare/Arrotino) da Amolar (idem).
– Amprèssa ( in fretta) da Apriesa ( prontamente).
– Arrassà/Arrasso (Allontanare/lontano) da Arrancar (allontanare, strappare ).
– Arravuglià/Arrevugliato ( Avvolgere/Avvolto ) da – Arrebujar-Arrebucarse ( Avvolgere-Avvolgersi ).
– Arrugnà/Arrugnato ( Contrarre/Contratto-Raggrinzito ) da Arrugar ( contrarre-corrugare).
– Ascià ( Cercare, Trovare ) da Hallar (idem).
– Babbo-babbeo ( idiota-sciocco ) da Babieca (idem).
– Buffettone ( ceffone ) da Bofeton (idem).
– E quanno buono buono ( espressione che indica assenso nei confronti di una cosa impossibile da evitare ) da de bueno a bueno ( d’accordo ).
– Butteglia ( bottiglia ) da botella (idem ma anche dal francese buteille).
– Cagliosa ( colpo molto forte ) da Callao ( ciottolo, pietra ).
– Cammisa ( Camicia ) da Camisa (idem).
– Camorra ( Associazione di delinquenti ) da Camorra ( alterco, lite ).
– Canzo ( opportunità) da Alcanzar ( conseguire, raggiungere ).
– Capaddozio ( capintesta ) da Capataz ( caposquadra ).
– Càpere/Capé ( entrare, contenere ) da Caber ( idem).
– Caponata ( insalata di pane, cipolle, peperoni, acciughe ecc) da Capolar (tagliare a fette ).
– Capuzziello ( arrogante, prepotente ) da Cabezudo ( caparbio, testardo ).
– Còsere ( cucire ) da Coser ( idem).
– Coviglia ( famoso gelato tipicamente napoletano/palermitano ) da Cubillo ( piccola botte così è la forma del contenitore del gelato).
– Crepato ( lesionato ) da Quebrado ( rotto )
– Culata ( bucato ) da Colada ( idem).
– Cu mmico/Cu ttico ( con me-con te ) da Conmigo – Contigo (idem).
– Cunto ( racconto, favola ) da Cuento (idem).
– Faglià/faglio ( mancare, essere privo/mancante, privo. E’ parola in uso nel gioco delle carte tressette ) da Fallar/falla (mancare, mancanza ).
– Faraglioni ( scogli di Capri ) da Farallòn (scoglio emergente alto dal mare ).
– Falpalà ( stoffa pregiata ) da Falpalà ( idem).
– Guappo ( camorrista, prepotente) da Guapo ( coraggioso, intrepido ).
– Guardinfante ( piccola culla trasportabile) da Guardinfante (idem).
– Lazzaro/Lazzarone ( persona scostumata e malvestita ) da Làzaro ( cencioso, lebbroso ).
– Locco ( stupido, sciocco ) da Loco ( pazzo ).
– Marranchino ( ladro, individuo lercio ) da Marrancho/Marrano (maiale, uomo sporco ).
– Marvizzo ( pesce tordo ) da Malvis (tordo).
– ‘Mpanata ( cibo ricoperto di farina o pangrattato e poi fritto ) da Empanada ( pasticcio di carni e piselli ).
– ‘Mperruso ( adirato come cane “arraggiato” ) da Perro ( cane ).
– Muccaturo ( fazzoletto da naso ) da Mocador (idem).
– Muntone ( mucchio ) da Muntòn (idem).
– Muorzo (boccone ) da Almuerzo ( spuntino, colazione ).
– ‘Ngarrà ( centrare, indovinare, azzeccare ) da Engarràr ( acciuffare, afferrare ).
– Nenna/Ninno ( bambino, bambina) da Nino (idem).
– ‘Nfizzà/’Mpizzà ( ficcare, introdurre, infilare) da Fijar ( introdurre, fissare )
-‘Nfuscarse ( irritarsi, stizzirsi, accigliarsi, stordirsi ) da Enfoscarse (idem).
– ‘Ngrifarse ( impennarsi, alterarsi, rizzarsi ) da Engrifarse (idem).
– Nirufummo (nerofumo, uomo di carnagione scura) da negro de humo ( scuro come il fumo)
– ‘Nzartà o ‘Nzertà ( innestare, intrecciare) da Ensartar (idem).
– Omertà o Umertà ( solidarietà, a volte la camorra stessa ) da Hombredad (virilità), da Hombre = uomo
– Palià (bastonare, percuotere) da Apaleàr (idem).
– Palicco (stuzzicadenti) da Palillo (piccolo palo).
– Palomma ( colomba ) da Paloma (colomba).
– Papiello (il papiro universitario o un documento ponderoso) da Papèl (carta, documento).
– Passià – Passiata (camminare, camminata) da Pasear ( passeggiare ).
– Pella (cute, tegumento, contatto sessuale) anche – Pellecchia ( buccia ) da Pelleja (pelle, gonna, sottana, sgualdrina).
– Pippià (fumare la pipa – il bollire del ragù) da Pipiar (pigolare).
– Recchione (pederasta) da Orejones (nome dato dagli spagnoli (da oreja -orecchio) ai nobili peruviani viziosi e corrotti che si facevano forare ed allungare le orecchie
– Riffa (lotteria) da Rifa = idem – Rifar (sorteggiare)
– Riggiòla ( mattonella, piastrella) da Rejela (piccola inferriata) o anche Rejol (pila di mattoni)
– Rollo ( rotolo, involto rotondo) da Rollo (idem).
– Sbarià ( vaneggiare, delirare, divagarsi) da Desvariar (farneticare).
– Scamuso (di qualità modesta, malandato ) da Escamochar ( guastare, sciupare) o Escamocho (avanzi, resti)
– Scarfà ( riscaldare ) da Escalfar (idem).
– Scartapelle o Sciartapelle (mobilia vecchia, oggetto inutile) da Cartapel ( carta o scritto inutile ).
– Sciammeria (giacca elegante ) da Chamberga o Chambergo (casacca, cappello a cencio).
– Scuppetta ( fucile ) da Escopeta (idem).
– Stare ( nel senso di essere ) da Estar ( stare, essere). In lingua napoletana spesso stare sostituisce essere come in spagnolo.
– Tamarro ( villano, cafone ) da Tamara ( piantagione di datteri ) da cui il contadino che la cura.
– Tavuto (bara, cassa da morto ) da Ataud (idem).
– Tenere ( nel senso di avere, possedere ) da Tenér ( avere ).
– Trezzià ( scoprire le carte da gioco a poco a poco ) da Terciar (dividere in piccole parti).
– Uòsemo (fiuto) da Osmar (idem).
– Valanza ( bilancia ) da Balanza (idem).
di Carlo Fedele

Il mio credo pedagogico si specchia in un burattino di legno

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Parafraserò John Dewey nel dare voce a cinque-atti-di-fede che vivono sia nella mia Pedagogia, sia nella Pedagogia collodiana che esordì – centotrentanni fa – con il nome di Pinocchio in una tipografia fiorentina (1).Io credo che i segni di riconoscimento che Mastro Ciliegia attribuisce al pezzo di legno che regala a Geppetto – piange e ride come un bambino – cifrano la carta d’identità di Pinocchio.

Parliamo della sua tensione esistenziale a diventare un soggetto/Persona. E non un soggetto/Massa incapace di affrontare, insieme,  il dolore e  la felicità. Da stralunato chiromante, Collodi annusa l’avvento nell’emisfero boreale (bianco, maschio, alfabetizzato, sazio) di una caligine tossica da combattere senza perdere tempo. Traguardo possibile se nella vagheggiata società/post – postideologica, postliberista, postmediatica – l’Educazione farà rima con una Persona tre volte/iirripetibile, irriducibile, inviolabile. Parliamo della Singolarità. Intesa come ultimo baluardo di difesa della donna e dell’uomo in una stagione storica dove le globalizzazioni (economiche-tecnologiche-consumistiche) campeggiano da totem di predestinazione di qualsivoglia processo di cambiamento del Pianeta.

E’ la sfida che lanciamo ad una umanità/nuova che indossa il duplice mantello della “complessità” (in difesa della differenza e della pluralità: e non dell’identico) e della “problematicità” (in difesa dell’ipotetico e del possibile: e non del dogma e della certezza).

Io credo che il burattino di legno sia la “metafora” di un Robin Hood – armato di Pedagogia – che vuole salvare l’infanzia e l’adolescenza da un baratro le sta trasformando in cittadinanze/suddite, abitanti in patrie plastificate e artificiali. Parliamo dei mondi mediatici azionati dalle leve dei consumi che rendono pubblica una rappresentazione surrettizia delle nuove generazioni. Siamo al cospetto di bambini e di adolescenti star di sfilate di moda, di festival canori, di short pubblicitari.

Un quadro mercificato e ingannevole di un teatrino umano sempre più immagine-spettacolo-consumo. E sempre meno parola, solidarietà, cittadinanza.

Io credo che nel segno della “diversità” sia Pinocchio, sia la nostra Pedagogia si sono posti sulle spalle ali/intercontinentali per raggiungere lontane terre australi (a sud dell’Equatore). In queste, potranno scoprire statuti educativi dal compasso più largo: capaci di sguardi planetari che trascendano i tradizionali confini delle colonne d’Ercole. Per tale traguardo, occorre ricoprirsi di altre pelli pedagogiche: ineludibili, per mettersi in marcia e incontrare mondi sconosciuti.

Parliamo di un’impresa scientifica che impegnerà le due/Pedagogie (la nostra, debitrice del Problematicismo di Giovanni Maria Bertin e la collodiana) a ricoprirsi di mantelli “interculturali”. Se avvolte da stoffe griffate potranno assaporare il piacere esistenziale dell’andare/oltre.  Alla ricerca dell’isola dell’educazione che oggi non-c’è: l’utopia di Peter Pan.

Una Pedagogia/altra, dunque. Fondata sull’idea di un’umanità popolata di mondi plurali abitati anche dalle culture-di-legno della “diversità” e della “differenza”.

Io credo che il burattino Pinocchio e la mia Pedagogia possano rianimare – a due voci – un set di parole/saporite sempre più anoressiche oggi. Parliamo dell’ascolto, della conversazione, del confronto delle idee, della confutazione, del dissenso. Sono lemmi veicoli di convivialità (se percorrono le strade della cittadinanza), di conoscenza (se godono di idee contromano) e di vita interiore (se comunicano pensieri ed emozioni inattuali).

Soltanto così l’infanzia e l’adolescenza – nel trasformare le parole in bolle di sapone – potranno dialogare con figure amiche e nemiche: la fata turchina e la volpe, mangiafuoco e lucignolo, il tonno e la balena, il giudice e la civetta, i poveri e i ricchi. Per poi invitarle alla mensa/  biologica della scuola e del paese dei balocchi.

Un replay. Quando fioriscono le primule e le viole regaliamoci una Parola!

Io credo che Pinocchio e la nostra Pedagogia siano amici della creatività e del gioco.

Parliamo delle anoressiche esperienze prive di cittadinanza che in una  scuola blindata nelle classi vengono relegate in un angolo perché giudicate colpevoli di trasgressioni alfabetiche e di logiche divergenti.

Rinforziamo il teorema.

LA CREATIVITA’. La scuola vista con gli occhi di Pinocchio e della Pedagogia a noi cara soffre, da sempre, rimozione e censura nei confronti di un curricolo colorato di creatività. Dà ospitalità soltanto alla sua parodia, alla sua controfigura. Raramente riconosce l’immaginario e la fantasia. Quali le cause dell’identità “caricaturale” della creatività a scuola? Ci sembra si possa rispondere che va chiamato sul banco degli imputati il suo ricorrente modello nozionistico ed enciclopedico. Parliamo dell’egemonia verbalistica e libresca del fare-istruzione che ha, come rovescio della medaglia, il confinamento/declassamento dei linguaggi espressivi e artistici nel ruolo di alfabeti compensativi. Una sorta di stampella-di-sostegno con il compito di disintossicare lo stress mentale prodotto nei macrotempi dell’istruzione ufficiale. Cosicché, i linguaggi grafico-pittorici, manipolativi, musicali, teatrali, iconici anziché diventare alfabeti contromano (“lenti” per capovolgere e reinventare il mondo) sono relegati – in guisa di Cenerentole – ad accudire la bassa cucina dell’intrattenimento degli allievi negli spazi break dell’insegnamento ufficiale. Siamo al cospetto, dunque, di una scenario anti/educativo: la creatività viene costretta a indossare vesti giullaresche al fine di distrarre gli allievi dalla cultura ufficiale. Portandoli per qualche attimo in groppa alla fantasia prima di riprendere posto nel banco in attesa del rintocco canonico delle ore disciplinari e delle lezioni.

IL GIOCO. Non è soltanto contro la creatività. La scuola – sia la collodiana rifiutata da Pinocchio, sia l’odierna ingessata nel banco – esprime rimozione e censura verso un curricolo colorato di gioco. Preferisce un’istruzione “imbrattata” da saperi pedanteschi allo scopo di costringere le giovani generazioni a mimare, in un canto, un sorriso e una felicità che si spengono al cospetto del manuale-lezione-lavagna.

Ridotto alla povertà pedagogica (relegato ad alleviare lunghi tempi sedentari), al gioco viene data cittadinanza soltanto se indossa la maschera tragica della sua caricatura. Una spremuta di quattro salti all’aperto, conditi da microesplosioni di motricità pulsionale, permette di avere di ritorno scolari silenziosi e disciplinati. Questa, la parodia. La pratica programmata del gioco/spontaneo (i dieci minuti dell’intervallo da consumare all’aperto) è assai remunerativa per un sistema di istruzione che la usa da preziosa valvola di scarico della fatica mentale accumulata in classe ascoltando, in silenzio, l’insegnante e memorizzando i saperi dell’abbecedario. A patto – è il prezzo antipedagogico – che resti fuori dall’uscio della classe il suo profumo alfabetico: i suoi canoni semiologici e semantici, le sue grammatiche e sintassi, il suo gusto per l’imprevisto e per l’avventura, la sua voglia inesauribile dell’emozionante, dell’azzardo, del comico, del magico.

Questi soltanto dipingono il paradiso perduto di un’infanzia e di un’ adolescenza sorridenti e felici.

(1) Vedasi, J. Dewey, Il mio credo pedagogico, Firenze, La Nuova Italia 1954