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ricordi

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La-Grande-Madre

«Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare soprattutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso».

Rainer Maria Rilke, «I quaderni di Malte Laurids Brigge»

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il tempo

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il tempo

Non so cos’è il tempo. Non so qual’ è la sua vera misura, ammesso che ne abbia una. So che la misura dell’orologio è falsa: divide il tempo in modo spaziale, dal di fuori. Quella delle emozioni è falsa anch’essa, lo so: non divide il tempo, ma la sensazione di esso. La misura dei sogni è sbagliata; li sfioriamo col tempo, a volte lungamente, altre volte in fretta, e ciò che viviamo è frettoloso o lento secondo un decorso di cui ignoro la natura.
A volte ho l’impressione che tutto sia falso, e che il tempo non sia altro che una cornice per inquadrare ciò che gli è estraneo. Quando ripenso al mio passato, i tempi sono disposti in livelli e piani assurdi, e io, in un certo giorno del mio solenne quindicesimo anno di età, sono più giovane di quando ero un bambino seduto tra i giocattoli.
La coscienza mi si confonde se penso a queste cose. So che c’è un errore, ma non so dove. E’ come se assistessi a un numero di illusionismo durante il quale so di essere ingannato, ma non capisco la tecnica o la meccanica dell’inganno.
E mi vengono dei pensieri assurdi che tuttavia non riesco a considerare totalmente assurdi. Mi domando se un uomo che medita lentamente dentro un’automobile che corre in fretta, mi domando se costui sta andando in fretta o lentamente. Mi domando se è uguale l’identica velocità con cui cadono in mare il suicida e colui che ha perso l’equilibrio sulla litoranea. Mi domando se saranno veramente sincronici i movimenti (che occupano lo stesso tempo) di fumare una sigaretta, di scrivere questo testo e di pensare in modo impreciso.
Si può ritenere che fra due ruote dello stesso asse una sia sempre più avanzata dell’altra, anche se si tratta di frazioni di millimetro. Un microscopio può evidenziare questo sfasamento fino a renderlo quasi incredibile, impossibile se non fosse reale. E perchè non deve avere ragione il microscopio piuttosto che la nostra cattiva vista? Sono considerazioni inutili? Lo so bene. Sono considerazioni vaneggianti? Lo concedo. Ma che cosa è mai questo che ci misura senza misura e ci uccide senza essere? Ed è in questi momenti in cui non so nemmeno se il tempo esiste, che lo sento come se fosse una persona, e ho voglia di dormire.
Brano tratto da “Il libro dell’inquietudine”
Di Fernando Pessoa

In Calabria il “tesoro di Spartaco”, martire della libertà

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Individuata nel crotonese la vallata dove (forse) morì il celebre schiavo/guerriero. Sono numerose le agenzie americane che propongono al pubblico pacchetti turistici

 

 

 

 La vallata antistante il centro di Strongoli, dove forse, vi fu la battaglia finale di Spartaco

L’evento è di quelli memorabili. Una delle battaglie più importanti e impressionanti della storia, di certo, quella tra il gladiatore trace Spartaco, e le milizie romane guidate da Crasso. È il 71 a.C. e i fatti avvengono, di certo, nel Sud Italia: la valle del Sele, oppure, secondo altre autorevoli fonti (Appiano, Plutarco, Manzoni, nonché dalle fonti degli Annali civili del Regno delle due Sicilie del 1846) nei pressi dell’antica Πετηλία (Petelia), odierna Strongoli. 

   

 

Suggestiva cittadina di storia millenaria, Strongoli si erge su un altopiano a pochi chilometri dal Mar Ionio. Con le sue ampie vallate e la conformazione urbanistica tipica delle grandi città, libere e autonome, fedeli all’antica Roma, l’antica Petelia propone oggi una straordinaria opportunità per le opzioni e possibilità di sviluppo turistico e culturale a livello regionale, data la popolarità universale della figura del famoso schiavo/guerriero, passato alla storia come martire della libertà. Spartaco, l’eroe morto sul campo in battaglia, dopo aver fatto tremare la Repubblica romana, in nome di ideali e valori universali di libertà, uguaglianza e dignità umana.

Ma chi era Spartaco e cosa ha lasciato in eredità alla Calabria e ai calabresi?

Oltre 2.000 anni fa in quanto prigioniero dei romani, Spartaco (che Karl Marx, tanto per rendere l’idea, considerava «un genuino rappresentante dell’antico proletariato») fu venduto come schiavo e destinato a combattere nell’Anfiteatro campano contro belve feroci e altri gladiatori, a fini di intrattenimento per nobili e aristocratici come era uso e consuetudine del tempo.

Ribellatosi alla condizione di schiavitù cui era stato inesorabilmente destinato, organizzò, in nome della libertà di ogni uomo e per l’affermazione dei principi universali della dignità ed eguaglianza, la resistenza passata alla storia come “Terza guerra servile“, che mise duramente alla prova le milizie romane dal 73 a.C., concludendosi nel 71 a.C. con l’intervento delle truppe romane comandate da Marco Licinio Crasso.
Sono tutt’oggi evidenti le tracce delle fortificazioni romane presenti in Aspromonte (il “Vallo di Crasso”) per contrastare gli uomini di Spartaco. Oltre 2000 anni dopo, la nobile battaglia di Spartaco per l’affermazione dei valori della libertà e della dignità umana (avvenimento che ha affascinato ed affascina fortemente la storiografia a livello mondiale), è un tesoro da riscoprire, una straordinaria opportunità per il turismo culturale dei territori che, in Italia, sono stati segnati dalla fatale rivolta.

Allo studio infatti l’opportunità di proporre itinerari culturali e storici, che siano in grado di intercettare il già vasto flusso di turisti che da tutto il mondo si dirigono verso il Belpaese, oggi maggiormente in Campania, seguendo la scia degli eventi storici legati al celebre guerriero. Sono numerose infatti le agenzie americane che propongono al pubblico pacchetti turistici che ricalcano itinerari culturali e luoghi legati a Spartaco e non è esclusa la possibilità di aggiungere nuove mete a questi percorsi, includendo anche alcuni siti e tappe storicamente rilevanti sul territorio calabrese.

La morte di Spartaco a Petelia è oggi un’ipotesi storica difficile da confermare (ma del resto, anche difficile da smentire), dopo più di 2000 anni dai fatti e in assenza di evidenze archeologiche che confermino con certezza assoluta come siano andati i fatti. Tuttavia, chi lavora con il turismo e si impegna sul piano della valorizzazione dell’identità e della memoria storica del territorio, sa bene che le “ipotesistoriche”, pur se incerte, non sono prive di valore e anzi, possono essere coerentemente inserite in circuiti turistici integrati, mediante la proposta al pubblico di itinerari storici e culturali (già allo studio per ciò che riguarda la presenza storica di Spartaco in Calabria) che siano anche da stimolo per innalzare i livelli di attrattività del territorio, creando interesse sulla tradizione locale e sulla riscoperta delle origini e delle identità territoriali delle varie aree regionali della penisola.

È questa del resto la nuova frontiera dello sviluppo sostenibilepropugnata a livello europeo; ricordiamo che, come specificato nella Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale europeo e al Comitato delle Regioni ( COM(2010) 352 ), l’Unione europea occupa una delle prime posizioni nella classifica delle destinazioni del turismo culturale: «i prodotti del turismo culturale transnazionale costituiscono l’espressione di un patrimonio e di una serie di valori comuni condivisi a livello europeo, e contribuiscono a promuovere l’immagine dell’Europa come destinazione turistica unica nel suo genere». Ogni anno i suoi numerosi siti di interesse attirano un gran numero di visitatori provenienti sia dagli Stati membri sia da Paesi extraeuropei. Secondo alcune stime, tale settore specifico arriva a rappresentare circa il 40% del turismo europeo.

Questo è, oggi, “il tesoro di Spartaco”: un patrimonio storico e culturale di immenso valore da riportare alla luce, nella misura in cui la Calabria e i calabresi, auspicabilmente, in rete con le istituzioni preposte al rilancio dell’offerta turistica della Regione, saranno in grado di conferire a questa ipotesi storica straordinaria il giusto valore, anche mediante campagne promozionali e attività culturali suscettibili di attrarre turisti e viaggiatori che, in tutto il mondo, subiscono il fascino ultramillenario della battaglia di Spartaco per la libertà.

 

 

di Francesca Agostino

Foto © Wikimedia Commons

di Mariangela Gualtieri “Bambina mia”

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imagedal web

Bambina mia,

Per te avrei dato tutti i giardini

del mio regno, se fossi stata regina,

fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.

Tutto il regno per te.

E invece ti lascio baracche e spine,

polveri pesanti su tutto lo scenario

battiti molto forti

palpebre cucite tutto intorno.

Ira nelle periferie della specie.

E al centro,

ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano

come una bestia zoppa e questo mondo

come una palla alla fine.

Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e

di sangue. Lo fa perchè è facile farlo.

Noi siamo solo confusi,credi.

Ma sentiamo. Sentiamo ancora.

Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci

di amare qualcosa.

Ancora proviamo pietà.

Tocca a te,ora,

a te tocca la lavatura di queste croste

delle cortecce vive.

C’è splendore

in ogni cosa. Io l’ho visto.

Io ora lo vedo di piu’.

C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella,

gioia piu’ grande.

L’amore è il tuo destino.

Sempre. Nient’altro.

Nient’altro. Nient’altro.

Ogni giorno alle 7 di sera a Batumi (Georgia), le due figure si incontrano, baciano e “attraversano”.

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Le gigantesche statue di Ali e Nino, gli amanti sfortunati che si uniscono ogni sera

 

 

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Ali e Nino, gli amanti che hanno ispirato la statua colossale in riva al mare di Batumi, in Georgia…

MILANO – Libri e arte si incontrano grazie a una struggente storia d’amore. La vicenda, prima raccontata nel romanzo austriaco del 1937, Ali e Nino, è la triste storia di due innamorati.

LA STORIA – A differenza delle tragedie tradizionali (come Romeo e Giulietta), a separare Ali e Nino è la prima guerra mondiale e non delle famiglie in lotta. Ali, un azero musulmano, si innamora di una principessa georgiana, Nino, ma purtroppo, dopo che sono finalmente in grado di stare insieme, la guerra colpisce la sua casa e Ali muore. L’autore del romanzo è sconosciuto, accreditato con lo pseudonimo di Kurban Said. Nonostante le origini sconosciute, il titolo è diventato un classico della letteratura caucasica ed è considerato il romanzo nazionale dell’Azerbaigian.

L’OPERA – Questo famoso amore ha ispirato l’artista georgiana Tamara Kvesitadze che nel 2010 ha realizzato una scultura in movimento. L’opera monumentale di metallo, conosciuta anche come la “Statua dell’Amore,” si compone di due figure un po’ trasparenti in segmenti sovrapposti. Ogni giorno alle 7  di sera a Batumi (Georgia), le due figure si incontrano, baciano e “attraversano”.

 

OGNI SERA……….

 

 

Fonte video: Vanilla Magazine

L’ANIMA PUO’ MODIFICARE LA STRUTTURA BIOLOGICA DEL CORPO E GUARIRLO

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Ecco come l’anima può modificare la struttura biologica del corpo e la può aiutare a superare la malattia. La grande scoperta

Di Piero Cammerinesi

Lo spirito che guarisce titola la copertina di questa settimana di Der Spiegel, il più diffuso e autorevole settimanale tedesco.

Ebbene sì – dopo anni che chi segue vie interiori cerca di trasmettere la propria

esperienza, nella maggior parte dei casi invano – oggi i neuroscienziati hanno fatto la grande scoperta: lo spirito può guarire il nostro corpo[1]. Raccontano stupefatti – e ancora increduli – come l’anima possa modificare la struttura biologica del corpo e la possa aiutare a superare la malattia. Vale a dire di come qualcosa di non misurabile, pesabile, visibile, possa in qualche modo modificare il visibile, pesabile, misurabile.

Meditare, fare Yoga e pensare positivamente – strilla Der Spiegel – conquistano ora la medicina ufficiale.

Quello che decine di tradizioni sapienziali, di centinaia di ricercatori indipendenti e di migliaia di persone che lo praticano quotidianamente hanno sempre saputo, oggi – udite, udite – è verità scientifica!

Beh, allora deve essere proprio vero…

Di documentazione la rivista tedesca ne fornisce in gran quantità, compresi alcuni filmati che si possono vedere sul sito web[2].

Qui di seguito i risultati di alcune interessanti ricerche su questo argomento.

Iniziamo da due autorevoli psicologi, Vladimir Bostanov e Philipp Keune, i quali avrebbero scoperto l’azione guaritrice dello spirito sul corpo umano mediante esame neurologico – misurazione dell’attività elettrica delle cellule cerebrali – del cervello dei soggetti sotto indagine prima e dopo un corso di meditazione.

I risultati di questo studio hanno evidenziato come il cervello, dopo il corso di meditazione di otto settimane, abbia significativamente incrementato la propria reattività. Il cervello dei soggetti che lavoravano meditativamente aveva imparato a non rimuginare continuamente, indirizzando le risorse di attenzione liberate concentrandosi sul test.

“Meditare aiuta i pazienti a controllare la propria attenzione – ha dichiarato il Dr.Keune – e li rende meno inclini a perdersi in pensieri negativi”.

Allo stesso modo di Keune anche la psicologa Bethany Kok, sta indagando il potere di guarigione della mente. La scienziata americana studia in particolare il nervo vago.

Insieme ai colleghi della University of North Carolina la Kok ha portato avanti un interessante esperimento: per nove settimane 65 donne e uomini ogni sera dovevano annotare in un questionario i sentimenti e le esperienze sia positivi che negativi della giornata. La metà del gruppo partecipava poi a un corso di meditazione dove si imparava ad esprimere emozioni come amore, gentilezza e compassione.

Bethany Kok ha presentato il risultato della ricerca sulla rivista Psychological Science[3]: ebbene, il tono del nervo vago di coloro che meditavano è aumentato in modo significativo.

Chi alimenta buoni sentimenti migliora il tono del proprio nervo vago – conclude la Kok, che oggi lavora al Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia – e questo a sua volta è collegato con una buona salute e probabilmente con un allungamento della vita”.

Il nervo, da sempre poco conosciuto, potrebbe rappresentare il collegamento decisivo tra sentimenti positivi e salute fisica. “Le conoscenze acquisite – così il Dr.Thomas Schlaepfer dalla Clinica di Psichiatria e Psicoterapia dell’Università di Bonn – rendono molto verosimile che il nervo vago sia proprio la struttura di collegamento tra corpo e anima”.

“È lo spirito ad edificare il corpo” scriveva Friedrich Schiller otre due secoli or sono. Ed ecco che – passo dopo passo – la neuroscienza riconosce quello che il poeta, che peraltro era anche medico, sosteneva: vale a dire che l’anima può cambiare il corpo.

In molti ospedali universitari oggi psicologi e medici stanno lavorando per abbinare tecniche meditative ricavate da Buddhismo e Induismo alla medicina moderna. Nel suo libro “La meditazione per gli scettici[4] Ulrich Ott vom Bender dell’Institute of Neuroimaging dell’Università di Gießen illustra il sentiero della meditazione, utile “ad ampliare la coscienza ed a liberarsi dagli stereotipi di pensiero e comportamentali acquisiti”.

Anche al Massachussetts General Hospital di Boston è recentemente stata eseguita una ricerca su 15 pazienti, inizialmente agitati, con sonno disturbato e pieni di preoccupazioni. La diagnosi: disturbi d’ansia generalizzata. Per otto settimane hanno frequentato un corso di meditazione; al termine erano in grado di controllare meglio le loro paure e hanno ricominciato a dormire bene. L’indagine ha rivelato che il loro cervello, meditando, aveva subito una modificazione positiva; zone della corteccia prefrontale (deputata alla coscienza di sé) registravano una irrorazione sanguigna superiore, così come le aree deputate alla regolazione del sentimento. Inoltre si evidenziava una maggiore connessione tra la corteccia prefrontale e l’amigdala, il centro della paura nel cervello, rispetto ai pazienti che non avevano meditato.

“Nell’essere umano vi sono elementi chiave per la guarigione – sostiene Winfried Rief, del Dipartimento di Psicologia Clinica e Psicoterapia dell’Università di Marburg – egli, se vuole, può influenzare il suo recupero anche con gravi malattie fisiche”.

“Per guarire con lo spirito si ha bisogno della connessione tra anima e corpo”, dice lo psicologo Manfred Schedlowski, dell’Istituto di Psicologia Medica e Immunobiologia Comportamentale dell’Università di Essen. “Sia che io mediti o che il mio medico susciti un’aspettativa di me, produco dei cambiamenti biochimici che raggiungono i miei organi attraverso il sangue e i nervi”.

Che un atteggiamento positivo verso la vita e la salute siano collegati, viene confermato anche dagli studi epidemiologici. Negli Stati Uniti, i ricercatori hanno studiato fotografie di 196 giocatori di baseball, a partire dal 1952, individuando quelli che sorridevano. Poi hanno ricercato quelli ancora in vita nel 2009. Il risultato: coloro che ridevano avevano avuto un grado di mortalità molto più basso!

Ma non è tutto.

Alla Duke University Medical Center hanno scoperto che anche la fede garantisce maggiore serenità. In uno studio su 3851 anziani in North Carolina, coloro che pregano e meditano, hanno avuto una vita più lunga.

La psicologa Julianne Holt-Lunstad ha analizzato 148 studi di questo tipo con dati provenienti da oltre 300.000 persone. Il risultato è che vive più a lungo chi abbia legami sociali, e con un tasso di sopravvivenza maggiore del 50%! In altre parole, essere soli è nocivo quanto fumare, non fare esercizio fisico ed essere sovrappeso.

Di grande importanza ed efficacia naturalmente anche il rapporto medico-paziente; da molte ricerche condotte negli ultimi anni si è visto come un rapporto di fiducia nei confronti del medico possa aiutare enormemente il paziente ad attivare le forze di guarigione latenti in lui.

Infine, alcuni ricercatori statunitensi hanno recentemente riconosciuto come cuore e spirito siano strettamente legati. Hanno studiato 201 uomini e donne con problemi coronarici, di cui la metà praticava la meditazione trascendentale. Questi ultimi hanno potuto ridurre il proprio stress e rinforzare il cuore, con il risultato che quelli che meditavano hanno subito un minor numero di attacchi di cuore e ictus e hanno vissuto più a lungo.

Insomma – concludono gli scienziati giustamente affascinati da questa straordinaria capacità dell’essere umano – la meditazione agisce sul cervello come una fontana di giovinezza.

Essa incrementa la materia grigia nelle regioni del cervello che sono collegate ad attenzione, concentrazione e memoria. In questo modo, contrasta attivamente stati di tensione e di esaurimento. Inoltre, non rafforza solo il cervello, ma anche i processi vitali del corpo. Insomma, il sistema immunitario funziona meglio, la pressione sanguigna diminuisce, aumenta l’attività degli enzimi.

Vi pare poco?

Poi, magari, meditare potrebbe anche aiutarci a capire meglio il mondo e noi stessi, ma quella è un’altra storia…

Riferimenti: [1] https://magazin.spiegel.de/epaper/start/index.html

[2] http://www.spiegel.tv/themen/heilende-geist/

[3] http://www.psychologicalscience.org/index.php/news/releases/social-connections-drive-the-upward-spiral-of-positive-emotions-and-health.html

[4] http://www.goodreads.com/book/show/9649232-meditation-f-r-skeptiker

Fonte: http://salutecobio.com/anima-spirito-autoguarigione

LA BELLEZZA È ORDINE TOTALE

Stato

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La bellezza è ordine totale. Ma la maggior parte di noi non ha questo senso di bellezza nella vita. Possiamo essere dei grandi artisti, grandi pittori, degli esperti di molte cose, ma nelle nostre vite quotidiane, con tutte le ansie e l’infelicità, viviamo purtroppo una vita molto disordinata; è un fatto. Potete essere un grande scienziato, un grande esperto in qualche materia, ma avete i vostri problemi, le lotte, il dolore, le ansie e tutto il resto. Ci domandiamo se sia possibile vivere con un ordine interiore totale, senza imporre una disciplina, un controllo, ma indagare la natura di questo disordine, quali sono le cause, e rimuoverle, scostarle, spazzarle via. E allora c’è un ordine vitale nell’universo.

Jiddu Krishnamurti, Mind Without Measure, p 17

L’empatia è sempre «incarnata»

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una attenta analisi di Vittorio Gallese che, sempre, volentieri condivido.

Uno dei contributi più fecondi apportato dalle neuroscienze negli ultimi decenni riguarda il tema dell’intersoggettività, la relazione tra gli individui. Quando incontriamo gli altri è di vitale importanza comprendere cosa fanno, con quali scopi e intenzioni, e cosa sentono e provano mentre si relazionano con noi. Cercherò di affrontare questo tema complesso sostenendo alcune tesi molto semplici, ma altrettanto nette.

1) Il livello di descrizione proposto dalle neuroscienze è necessario ma non sufficiente per comprendere chi siamo e come ci relazioniamo con gli altri. Per comprendere l’intersoggettività non dobbiamo separare il cervello dal corpo. Molti dati empirici mostrano come l’intersoggettività sia alla base soprattutto intercorporeità: non siamo menti disincarnate. I nostri processi mentali si sviluppano e sono modulati dalla nostra corporeità. È il corpo che, già a partire dall’età prenatale, ci consente l’incontro col mondo;

2) L’approccio neuroscientifico per essere applicato con successo deve essere critico, consapevole delle proprie grandi potenzialità, ma anche dei propri limiti euristici. Deve dotarsi di una prospettiva filogenetica ed evolutiva, confrontando sistematicamente le proprietà del cervello umano con quelle dei nostri progenitori, come i primati non umani. Deve fare tesoro della prospettiva ontogenetica che con i contributi provenienti dall’infant research e dalla psicologia dell’età evolutiva ci aiuta a comprendere come ognuno di noi maturi le proprie competenze relazionali e sociali nel corso del proprio sviluppo fisico, cognitivo ed affettivo soprattutto grazie all’incontro con l’altro. Le neuroscienze devono sapere coniugare in maniera produttiva la dimensione esperienziale e in prima persona della nostra vita di relazione con la ricerca dei sottostanti processi e meccanismi espressi dal cervello e dai neuroni che lo compongono;

3) Questo approccio dal basso (bottom-up) ha rivelato che guardare il mondo è qualcosa di molto più complesso della semplice attivazione del cervello visivo. La nostra esperienza percettiva del mondo è il risultato di processi di integrazione multimodale, di cui il sistema motorio è un attore principale;

4) L’integrazione multimodale di ciò che percepiamo avviene sulla base delle potenzialità d’azione espresse dal nostro corpo, un corpo situato in un mondo popolato da altri esseri umani simili a noi. Costruiamo rappresentazioni non verbali dello spazio attorno a noi, ci rapportiamo in modo altrettanto non verbale agli oggetti, alle cose e alle altre persone utilizzando un meccanismo funzionale di base, che ho definito simulazione incarnata;

5) La simulazione incarnata descrive i meccanismi nervosi che ci mettono in risonanza col mondo, instaurando una relazione dialettica tra corpo e mente, soggetto e oggetto, io e tu;

6) A partire dalla scoperta dei neuroni specchio si è compreso come l’intersoggettività non possa essere interamente ridotta all’esercizio di esplicite interpretazioni linguistiche del comportamento altrui, ma si fondi anche su un accesso più diretto alle azioni ed esperienze espresse dagli individui con cui entriamo in relazione: un accesso che si basa sull’esercizio di una modalità fondamentale di relazione col mondo, la relazione empatica. Nel IX Canto del Paradiso, rivolgendosi all’anima beata di Folco da Marsiglia, Dante scrive: «Già non attendere’ io tua dimanda, s’io m’intuassi, come tu t’inmii». Dante qui ci svela in cosa consista l’empatia: empatizzare significa comprendere l’altro dall’interno, come anche suggerito dal termine Tedesco per empatia – Einfühlung, cioè sentire dentro. Questo “intuarsi” implica per l’Io la possibilità di connettersi al Tu senza perdersi in esso, attribuendo all’altro azioni, emozioni e sensazioni che, tuttavia, l’Io conosce in quanto parte della propria esperienza vitale.

L’empatia sta conoscendo un rinnovato interesse in filosofia, psicologia ed in estetica anche grazie alla nostra scoperta dei neuroni specchio. L’incontro con l’altro, sia quando avviene in forma diretta che quando è mediato da ciò che l’altro ha creato, come nel caso delle opere di finzione come la pittura, la letteratura o il cinema, non si declina esclusivamente in termini concettuali ed astratti, ma ha sempre anche un correlato corporeo e incarnato.

la cultura rende liberi, critici e consapevoli, ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili

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Non studiate!

di Ilvo Diamanti

CARI RAGAZZI, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria.

Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca.

E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi – e di voti – negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?

Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.

Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare.

Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio.

Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!

Accoglimento dell’alunno DSA: la prospettiva pedagogica

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L’alunno come persona

Che la funzione della scuola e il senso dei processi della formazione e dell’apprendimento non siano scontati ma al contrario costituiscano da molto tempo il centro del dibattito didattico pedagogico lo dimostra la letteratura vastissima sull’argomento. Anche in ambito pratico, per decidere in merito all’applicazione di una didattica educativa di tipo programmatorio-curriculare oppure di tipo progettuale personalizzata, è necessario stabilire a quale antropologia pedagogica far riferimento. Attualmente la scuola italiana è regolata da orientamenti che recepiscono indicazioni di tipo personalista, quelli cioè che indendono lo studente soprattutto come persona (a partire dalla cosiddetta Legge Moratti)[nota 1]. Peraltro la sottolineatura del concetto di persona umana come centro dell’attività educativa, non è solo un doveroso richiamo al dettato costituzionale ma è anche il segno della necessità di restituire compiuta centralità all’allievo nella sua unicità.
Nell’ottica di tipo personalista si considera fondamento imprescindibile nel rapporto docente-discente il concetto di relazione[nota 2]. Tale basilare concezione dell’insegnare viene convalidata sia da V.G.Hoz [nota 3], sia da un famoso testo di Oliver Sacks. Ne “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, ricorrente è infatti la figura della relazione come chiave per capire i casi clinici e, in seconda battuta, ma non meno importante, la figura della narrazione come unica modalità del medico per valutare e descrivere i casi umani ivi splendidamente presentati.[nota 4] Anche la pedagogia contemporanea ripete spesso tali convinzioni. Basti pensare a G. Bertagna [nota 5] non a caso “ispiratore” della legge Moratti, quando insiste sull’amore; è da qui che si deve prendere le mosse per capire come accogliere l’alunno — e ancor più l’alunno DSA — nella scuola [nota 6].
In questa prospettiva, anche sotto il profilo amministrativo gestionale, tale visione comporta notevoli sollecitazioni: se le teorie organizzative tradizionali pongono al centro del sistema la struttura — l’organizzazione appunto -, anche i nuovi modelli educativi centrati sui processi d’apprendimento, delineano un sistema che tenga conto delle esigenze di potenziamento della persona, intesa come primo attore organizzativo.

Personalizzare

L’insegnante che personalizza il suo insegnamento conosce i suoi studenti e li chiama per nome: in questa prospettiva molti sono convinti che non ci sia bisogno di grandi teorie in educazione ma, prima di tutto, di disponibilità educativa [nota 7].
Date tali premesse, la personalizzazione (che anche il quadro normativo prescrive) dovrà essere particolarmente progettata per l’alunno DSA mediante il PDP, Piano didattico Personalizzato. Quest’ultimo è la trasformazione in atto concreto del diritto dell’alunno a ricevere il tipo di istruzione adatto alle proprie specifiche condizioni. In esso da una parte devono trovare spazio percorsi educativi concordati, per così dire, con i talenti e le disposizioni dell’alunno, e dall’altro devono essere previste attività di compensazione e attività dispensative a lui necessarie.
In tale percorso è fondamentale che la persona stessa divenga parte attiva nella costruzione dei propri percorsi di apprendimento, nell’individuazione delle proprie particolari difficoltà e nella strutturazione delle modalità più efficaci per farvi fronte. È quindi necessario che vengano attivati percorsi di consapevolezza del proprio “funzionamento”, in termini di meta apprendimento; gli alunni in altri termini devono imparare a imparare, hanno cioè bisogno di prendere in mano il proprio destino e imparare a controllarlo e a dominarlo. Tra l’altro, soltanto loro possono farlo, in quanto le loro peculiari difficoltà sono essenzialmente impossibili da comprendere veramente per chi abbia un “funzionamento” cognitivo comune, ivi compresi gli insegnanti.
In tal modo si eviterebbero quelle conseguenze esistenziali negative richiamate spesso da chi sente la scuola incapace di accogliere: la percezione di impotenza di fronte alle proprie difficoltà, il senso di fallimento che perseguita chi non riesce pur sforzandosi con tutto se stesso, il senso di incomunicabilità, di solitudine e di abbandono di chi non riesce a far capire agli altri che non riesce a fare ciò che gli viene richiesto.
Per gli alunni DSA ancor di più che per gli alunni che non presentano tali problematiche deve essere attuata anche una valutazione che si coniughi positivamente con il processo di apprendimento personalizzato e che sembri in linea proprio con quel metodo “narrativo” sopra richiamato: giustamente era stato previsto [nota 8] il portfolio (oggi ahimé abbandonato o quasi) che non era altro che il concretizzarsi del metodo della personalizzazione nella sua fase “valutativa”.

Valutare: Dispensare, compensare, personalizzare

Le indicazioni nazionali, ormai per ogni livello scolastico, chiedono una valutazione per competenze.
Va da sé che proprio per la contestualità e il carattere personale che le contraddistingue, sia impensabile descrivere e valutare le competenze in termini quantitativi ed oggettivi non essendoci algoritmo quantitativo, per quanto raffinato, capace di esaurire la complessità dell’azione umana e la sua valutazione. È invece necessario utilizzare strumenti narrativi, rispettosi della dinamicità stessa dell’agire competente.
È anche per questo motivo che per gli alunni DSA sarebbe necessario e doveroso l’utilizzo di una sorta di Portfolio delle competenze personali (già previsto dai decreti applicativi della L. 53/03).
Affidare a frettolose griglie la valutazione di performance astratte e decontestualizzate può anche essere legittimo, a patto, però, che si dichiari apertamente di trascurare la complessità dell’esperienza e della competenza di ciascuno, irrigidendole alla stregua di conoscenze ed abilità formali; a patto cioè — in una parola — di scegliere un’antropologia pedagogica di riferimento che opti per una didattica educativa di tipo programmatorio-curricolare.
In secondo luogo la scuola nel caso in cui voglia contestare l’impostazione personalistica, non può nascondersi dietro giustificazioni che richiamino ridicole pretese di equità: la personalizzazione degli apprendimenti (prescritta fin dal 2003) va proprio incontro — e non contro — a pretese di equità [nota 9]. Parlare di individualizzazione e, ancor più, di personalizzazione infatti, è rispondere puntigliosamente e positivamente ai dettami di equità stabiliti costituzionalmente.
Inoltre se vale il principio della centralità della persona e se la persona è essenzialmente singolarità e originalità, essendo conseguenti fino in fondo, è necessario andare contro “l’uguale per tutti”, prospettiva quest’ultima che indica la volontà di fare della scuola una nuova “catena di montaggio” e pensarla in termini Tayloristici: persona e pianificazione segnalano un’incopatibilità, sono un ossimoro pedagogico.
Il Piano Didattico Personalizzato trova così, in questo scenario, una adeguata giustificazione; piano che la scuola ha l’obbligo di compilare in presenza di diagnosi specialistica presentata dall’alunno DSA.[nota 10]

Note

1)Legge di delega 53/2003
2)A. Pian, da una lezione all’interno del Master “e-learning: progettazione e costruzione di LO”, Università della Tuscia (Viterbo) ha avuto modo di dire che “Insegnare si riduce ad una sola cosa: stabilire una relazione. […] L’insegnante è colui che determina e costruisce insieme ai suoi allievi una relazione” . Si veda anche ALBERTO PIAN, Didattica con il podcasting, Ed. Laterza, Bari 2009
3)V.G.HOZ, L’educazione personalizzata, (trad. it.), La Scuola 2005.
4)OLIVER SACKS, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, ed. Adelphi, Milano 2001, pp. 12 e 153. Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia vera, intima?”
5)GIUSEPPE BERTAGNA, Autonomia, storia, bilancio e rilancio di un’idea, Ed. La Scuola, Brescia, 2008, p. 49 E’ la stessa struttura dell’autonomia personale in quanto libertà/responsabilità che porta ad esigere che ogni persona […] sia «relazione», «relazioni». […]La persona è sempre stata definita una «sostanza relazionale» o una «relazione sussistente». Per questo anche «amore», visto che non esiste parola che esprima più di questa la costitutività del mettere insieme, del legare.
6)Si vedano AA.VV., La dislessia evolutiva — Buone pratiche ed esperienze nella scuola del Veneto a cura di E. Adorno, Venezia 2006 (pubblicazione dell’USR VE con l’AID); UMBERTO GALIMBERTI, L’ospite inquietante — Il Nichilismo e i Giovani, ed. Feltrinelli 2007
7)Si veda ad esempio, S.ONOFRI, Registro di classe, Einaudi, Torino 2000, p. 32.
8)L. 53/2003
9)G. STELLA, La dislessia, ed. Il Mulino, Bologna 2005, pag. 83. “La scuola non è abituata a fare una valutazione differenziata e differenziale, anzi, nella scuola questo atteggiamento flessibile è considerato un disvalore, la deroga dalla sacra imparzialità. La tendenza attuale a incrementare le verifiche scritte fin dalle classi più basse viene segnalata come un indicatore di aumento della professionalità dell’insegnante elementare, sottolineando in tal modo che la valutazione oggettiva, uguale per tutti, è un elemento costitutivo della serietà professionale del docente. Le deroghe a questa modalità giudicante vengono concesse solo ai portatori di handicap, che tuttavia alla fine dei vari cicli scolastici non ottengono certificazioni di diploma, ma unicamente attestazioni di frequenza. Dunque la scuola lascia solo due possibilità: o la certificazione con deroga generale alla valutazione, oppure valutazione uguale per tutti.”
10)Una bella analisi delle indicazioni per la stesura del PDP si possono trovare ad esempio nel lavoro di Graziella Roda, allegato alla Nota prot. 1425 del 3 febbraio 2009 dell’USR per l’Emilia Romagna in http://www.istruzioneer.it/page.asp?IDCategoria=430&IDSezione=1773&ID=306120 . Gli indirizzi diretti sono http://storage.aicod.it/portale/istruzioneer/ALLEGATO-TECNICO-PARTE-I.pdf e http://storage.aicod.it/portale/istruzioneer/ALLEGATO-TECNICO-PARTE-II.pdf

di Pietro Gavagnin