Archivio dell'autore: Vincenza

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Docente di tecnologie informatiche e della comunicazione.

L’esserti amico forse non è amore

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Figlio mio! Quando ti vedo sorridente, godo, e anche mia è la tua felicità, ma chioccia afflitta dalla cecità non vedo oltre, e il tuo futur non snodo. Mai m’avventuro a spaziare lontano e m’accontento sempre del presente, fo che il domani allor ti sia clemente senza mai lasciare la tua mano. Non è bontà […]

via L’esserti amico forse non è amore — Cantiere poesia

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Era Bellissima, mia madre

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Era Bellissima, mia madre

di Ruderi e di Scrittura

Sembrava una bambina, mia madre. Ero alla guida e sbirciavo il suo sguardo, mentre la città, quelle vie del suo quartiere che conosceva a memoria, si perdeva come la pioggia al parabrezza. Era euforica, nello sguardo. Composta nel suo sedile con le mani giunte a quei pantaloni che per uscire preferiva alla gonna. Splendeva di bellezza, mia madre, nelle sue rughe gioiose affidate a suo figlio.

“Ma come devo fare quando arriviamo?” chiese. “Ci sarà tanta gente? Speriamo di non essere troppo dietro. Siamo in tempo, vero?” era un misto di ansia e felicità e io mi innamoravo sempre più di quelle parole che ora da adulto mi inteneriscono. Quanta purezza ha la vecchiaia.

Fu poi improvvisa luce quando il film iniziò e la vidi sorridere con gli occhi lucidi. Era felice mia madre e io l’amai.

Gaetano Barreca

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Il Tesoro di Cosenza: La Stauroteca Di Federico II

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SUB.jpgNon posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,

però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.
Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico…

J. L. Borges

 

 

ph. vincenza@pellegrino

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

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Amo il bianco tra le parole,
il loro margine ardente,
amo quando taci
e quando riprendi a parlare,
amo la parola che spunta
solitaria
sullo specchio buio del vocabolario,
e quando sborda, va alla deriva
con deciso smarrimento,
quando si oscura
e quando si spezza,
si fa ombra.
Quando veste il mondo,
quando lo rivela,
quando fa mappa,
quando fa destino.
Amo quando è imminente
e quando si schianta,
quando è straniera,
quando straniera sono io
nella sua ipotetica terra,
amo quello che resta,
dopo la parola detta,
non detta. E quando è proibita
e pronunciata lo stesso,
quando si cerca e si vela,
quando si sposa
e quando è realtà di muri
limite che incaglia al suolo,
quando scorre candida
e corre per prima a bere,
e quando preme alla gola,
spinge all’aperto,
quando è presa a prestito,
quando mi impresta al discorso
dell’altro, quando mi abbandona.
Non voglio una parola di troppo,
voglio un silenzio a dirotto,
non un commercio tra mutezza e voce,
ma una breccia,
una spaccatura che allarga luce,
una pista delle scosse.
Dammi un ascolto che precipita –
parola.
Che nasce.

Chandra Livia Candiani

Il fondamento della morale

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« Ma come è possibile che una sofferenza, che non è la mia e che non mi colpisce direttamente, ciò nonostante possa diventare per me un motivo così immediato da spingermi ad agire, come di solito succede solo con un motivo esclusivamente mio? È possibile solo se anch’io partecipo a quella sofferenza […] Ma questo presuppone che io mi sia identificato in qualche modo con l’altro, che per un momento la barriera tra l’Io e il non-Io sia stata rimossa. Solo allora la situazione in cui versa l’altro, i suoi bisogni, le sue necessità e le sue sofferenze diventano immediatamente miei. Allora vedo l’altro non più come l’intuizione empirica me lo presenta, come qualcosa di estraneo, di indifferente e di completamente diverso, bensì io soffro insieme a lui, nonostante i miei nervi non stiano sotto la sua pelle. Solo così il suo dolore e i suoi bisogni possono diventare il mio motivo; altrimenti solo i miei possono diventarlo. »

Arthur Schopenhauer, “Il fondamento della morale”, § 18

Il segreto della felicità? Lavorare

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I giovani non vedono l’ora che arrivi il week-end, i più vecchi invocano la pensione come se fosse il paradiso. Lavorare è diventato così brutto? È proprio vero che solo al di fuori del lavoro si può essere veramente appagati? Che cosa stiamo sbagliando nel nostro modo di approcciare ad esso?

 

di Antonio Martini

 

George Grosz, "Metropolis" (1916-1917)
George Grosz, “Metropolis” (1916-1917)

 

Quante volte ci sentiamo dire da una persona che lavora per vivere: detto con altre parole, che l’unico obiettivo del suo lavoro è guadagnare denaro per campare. Molti pensano ciò, in quanto vedono del loro lavoro solo il lato economico. La conseguenza di questo meccanismo è che il lavoratore farà male ciò che gli è stato affidato, giacché l’interesse per il risultato è in relazione al mero lucro che ne deriva e non a quanto il lavoro possa migliorare la propria persona in termini non economici.

 

Si creano così personaggi simili a quelli di Riko, protagonista dell’ultimo concept album di Ligabue intitolato “Made in Italy”. Il protagonista vive un profondo conflitto interiore: è alla ricerca di quella “vita facile”, che “egli aspetta”, che “sa che gli spetta”, ma che per il momento “gli deve essere stata tenuta da parte”. Sente il peso degli anni e delle sentenze che il tempo gli sta mettendo davanti. Il lavoro è vissuto come un peso di cui viene sobbarcato e che quindi gli crea più di qualche problema dal punto di vista emotivo. Cerca perciò di estraniarsi sempre di più da esso e di trovare una speranza illusoria che possa dare un perché alla sua vita. Questa speranza è il week-end, in particolar modo il venerdì: da sempre momento di liberazione e di ricerca dei veri piaceri che fanno godere l’uomo (alcool, sesso, droga, musica a palla,ecc.). Questo è il momento per eccellenza in cui ci si può sfogare ‒ mancano sessanta ore a lunedì mattina alle otto, momento in cui la maggior parte delle persone torna al lavoro ‒, ci si può dedicare a ciò che è veramente appagante e che ci fa stare bene internamente. Perfino la moglie passa in secondo piano, il divertimento del venerdì sembra quasi un diritto che ad ogni uomo spetta dopo le fatiche della settimana. I problemi che Riko vive con se stesso, si riflettono poi nella sua famiglia, in particolare nel suo rapporto con la moglie, con la quale litiga continuamente, guardandola solamente come una parte di ciò che deve mantenere grazie al suo lavoro. Riko cerca quindi di trovare i problemi nel sistema, nella politica, in generale nell’altro. Cerca invano di dimostrare che quello che gli sta accadendo non è giusto, ma inutilmente perché la “giungla soffoca la sua voce”. Quel sistema che lui ritiene sbagliato e che vorrebbe cambiare ‒ non sa però in che modo ‒, non gli dà la possibilità di esprimersi e quindi tutto ciò che fa risulta vano.

 

Illustrazione di Dima Melnikov
Illustrazione di Dima Melnikov

 

“Non basta più stare al riparo chi vuol sopravvivere deve cambiare”. Sì cambiare, ma cosa? Cos’è che veramente non va di questo meccanismo? Che atteggiamento dovremmo assumere nei confronti del lavoro?

 

Per andare alle radici del problema è necessario risalire all’istruzione che ci è data e a come siamo educati al lavoro. A scuola di educazione al lavoro se ne parla veramente poco, anche se in questi ultimi anni si sta cercando di cambiare qualcosa introducendo gli stage. L’obiettivo di tutto questo è far inserire più facilmente il ragazzo nel mondo lavorativo, facendosi riconoscere da qualche azienda e facendogli imparare delle nozioni “pratiche” che gli potranno essere utili in futuro. Durante queste esperienze non si va alla scoperta se si è fatti o meno per un determinato impiego, ma si aumenta solamente il proprio bagaglio tecnico-pratico. In fin dei conti il messaggio di fondo che ci è trasmesso, in modo velato ‒ ma non troppo ‒,dall’istruzione ‒ che non è altro se non lo specchio della società ‒ è che ci sono dei lavori di serie A e dei lavori di serie B e questo caro lettore mi puzza un po’. Quelli di serie A sono maggiormente remunerativi e facili da ottenere dopo una carriera scolastica di medio prestigio. Ultimamente, con il sopravanzare della tecnica, essi coincidono con i lavori che hanno un riscontro considerato pratico: ingegneri ‒ progettano le “cose” e quindi possono vedere subito il frutto del loro lavoro ed essere appagati ‒, economi ‒ cosa c’è dipiù pratico e realizzante del denaro? ‒ e in generale tutta l’area medica ‒ essa poi, per eccellenza, svolge un servizio per l’altro e quindi si è veramente utili alla società, senza tanti discorsi, ma con i fatti. Vengono poi i lavori di serie B: ne fanno parte quelli meno pagati, più umili e le professioni intellettuali, mal viste dalla tecnocrazia che sta prendendo sempre più piede. È quasi scontato quindi che la maggior parte dei ragazzi, dopo aver valutato la proposta di un possibile lavoro, e dopo che tale quadro gli è stato rinfacciato in ogni istante della loro vita, scelgano di entrare in serie A. La serie A è l’appagamento, la felicità, l’obiettivo di una vita, tanto lontano, ma anche tanto vicino, quasi alla portata: “lo intravedo”, “ci sono”, “sicuramente riuscirò ad entrarci”, “è la soluzione ai miei problemi”, “la possibilità di farmi grande”, “è un sogno che voglio a tutti i costi che si avveri”. Sì c’è un po’ di rabbia nel mio discorso, non so se s’intravede, spero di sì. Eppure, caro lettore, se andrai in profondità, ti accorgerai che c’è qualcosa negli uomini di serie A che non va, non dovevano essere felici? Cos’è questa sensazione? La serie A doveva essere il trionfo, la liberazione, “la vita facile”, eppure non sembra così. E neanche in serie B si sta molto meglio. Basti solo pensare al poco supporto che ricevono dallo Stato, dalla cattiva reputazione che godono e che quindi non li fa rendere al massimo. Tra di loro poi, caro lettore, ci sono molte persone che potrebbero fare molto meglio lavori di serie A, e tra quelli della categoria superiore ce ne sono molte altre che sarebbero più adatte a fare le mansioni “minori”. Ognuno vorrebbe fare lavori di serie A, ma non c’è spazio per tutti. Serve qualcuno che faccia anche lavori che sono ora considerati di serie B e soprattutto serve qualcuno che li faccia bene. Forse la necessità e di un tipo di lavoro e dell’altro, per l’avanzamento della società, annulla questa differenza che c’è tra le classi, rendendo quindi entrambe indispensabili e di pari valore. Vediamo meglio.

 

« Si deve esaminare se dobbiamo istruire i guardiani per far loro godere la massima felicità possibile; o se, guardando allo stato nel suo complesso, si deve farla godere a questo; e costringere e convincere questi ausiliari e guardiani e così tutti gli altri a eseguire meglio che possono l’opera loro propria; e se, in questa generale prosperità e buona amministrazione statale, si deve lasciare che ogni classe partecipi della felicità nella misura che la natura le concede. » (Platone, La repubblica, IV, 421, [b-c])

 

Pavel Finilov, "Degenerazione di un uomo" (1914-1915)
Pavel Finilov, “Degenerazione di un uomo” (1914-1915)

 

È necessario ricercare un modello migliore di educazione, affinché anche quelli di serie A, possano fare ciò che li rende felici e quelli di serie B possano essere maggiormente considerati e portare il loro fondamentale apporto al funzionamento dello Stato. Più lo stato funzionerà al meglio nella sua interezza, più tutte le sue parti miglioreranno e saranno felici. È importante capire che ogni parte è fondamentaleper il funzionamento del meccanismo statale e quindi se un settore non è al meglio, necessariamente tutti i settori, che sono a lui collegati, risentiranno di questa defezione. Se in un comune, ad esempio, la parte infrastrutturale non è molto sviluppata, ne risentiranno tutti i cittadini che adopereranno le strutture comunali, in quanto la mancanza di edifici adeguati va a minare inevitabilmente l’utilizzo che faranno di quelle strutture. Accade quindi, per non rimanere nel vago, che le famiglie hanno bisogno del doposcuola per i loro figli, ma non ci sono le strutture adeguate per ospitarli e quindi ne risentono in primis i genitori, perché devono modificare i loro piani, in minima parte i datori di lavoro e quindi un po’ tutto il resto delle persone che sono collegate a quell’attività. Questo è un esempio di come una parte dello stato che non funziona possa influenzare e peggiorare, anche se in piccolissima parte, tutta la struttura della società. Goccia dopo goccia, c’è sempre qualcosa in più che non va e sempre più persone che sono infelici a causa di questo disservizio. Affinché lo Stato si sviluppi al meglio, è necessario che ogni singola goccia, cioè ogni cittadino, faccia ciò che gli riesce meglio. La massima felicità che il singolo potrà raggiungere non deriverà dal prestigio della sua attività o dalla remunerazione che riceve da essa, ma dal contributo che egli riuscirà a dare per migliorare la società e quindi se stesso.

 

« Per essere protagonisti nel teatro della vita è sufficiente essere un perfetto attore, qualunque sia il ruolo interpretato. La vita non ha ruoli secondari, solo attori secondari. » (N.G. DávilaEscolios, I )

 

Come ci suggerisce il filosofo colombiano è necessario educare il ragazzo, sin dai suoi primi anni, ad amare ciò che sa fare meglio, perché solo nel compiere questo potrà essere realizzato ‒ cioè dare il maggior miglioramento possibile alla società e quindi a se stesso. Non ci saranno più lavori e lavoratori di serie A e di serie B, ma solamente persone che saranno felici di compiere il proprio lavoro. Affinché queste considerazioni non rimangano pura utopia, come sosterranno in molti, è necessario che ognuno smetta di fare ciò per cui non è portato e si impegni il più possibile nel fare il proprio, affinché lo stato sia migliore e unico.

 

« […] anche gli altri cittadini devono essere indirizzati ciascuno a quell’attività per cui hanno naturale disposizione, uno solo a un’opera sola, perché ciascun individuo, attendendo all’unica opera che gli è propria, non diventi molteplice, ma resti uno, e così tutto lo stato sia unitario, non molteplice. » (Platone,La Repubblica, IV, 423, [b])

 

P.S. Il titolo vuole essere solamente una provocazione giocata sul fatto che il sentimento comune attuale pone i termini “lavoro” e “felicità” in completa antitesi; non vuole essere assolutamente presunzione di aver trovato la formula magica per essere felici, ma solamente un buon punto da cui partire.

Sull’essere madri. Giovanni Gentile e la donna

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A respingere il classico assunto che vorrebbe la donna – per usare le espressioni usuali – angelo del focolare, come solo passivo riposo del guerriero, ci ha pensato, ormai un centinaio d’anni fa, il filosofo Giovanni Gentile.

 

di Valentina Gaspardo

 

A respingere il classico assunto che vorrebbe la donna – per usare le espressioni usuali – angelo del focolare, come solo passivo riposo del guerriero, ci ha pensato, ormai un centinaio d’anni fa, il filosofo Giovanni Gentile. In genere, per cattiva prassi, ascriviamo a una immaginata legge caratteriale inderogabile quello che invece è nient’altro che l’abitudine cristallizzatasi – buona o cattiva – che ha contribuito a foggiare la tradizione di un popolo, e così anche quel carattere “femminile” di cui si diceva. Così, se la donna in tempi più antichi era ignorante e se ne stava in disparte, si credeva sbadatamente che conferma di ciò fosse la sua essenza, e che questo stato le toccasse come unica possibile vita terrenaè così per natura, dunque non le spettano la politica, gli affari, la filosofia… Si diceva così anche per la schiavitù: sono nati schiavi! Ciò che siamo arrivati a constatare, e questo con buona certezza, è che quella prospettiva erronea in cui era inquadrato il ruolo della donna, non ha fatto altro che inibirla e costringerla entro i confini di una tale natura presunta, che di fatto non le appartiene. Eppure residui di quelle credenze retrograde rimangono, ancora oggi, in quelle poche espressioni ricordate sopra. Perciò tanto vale proporsi di smentire, mostrandone la conseguenza orribile, chi vorrebbe davvero una donna domestica.

 

Pablo Picasso, "Madre con bambino"
Pablo Picasso, “Madre con bambino”

L’esigenza di superare quei dettami si mostra già in quell’indiscussa prerogativa femminile che è la maternità. Il solo arduo compito della maternità, insegna Gentile, sconfessa quella pretesa tradizionalistica. Questo eminente lavoro – crescere un figlio – che svolto insieme al padre e alla famiglia tutta andrà a dispiegare le intere fondamenta di una nuova vita, reclama da subito la sua importanza, e deborda già dai limiti imposti da quella cattiva consuetudine. Contrariamente a quanto sembrerebbe, il cimentarsi della donna nell’accudire il figlio, lungi dal ricacciarvela dentro, richiede già d’aver oltrepassato i confini di quell’astratto “focolare”. La madre è l’immediato riferimento del bambino, dallo stato embrionale al primo vagito; è il grembo su cui poggia la sua esistenza, non solo “fisica”, prima e dopo il parto:

 

« I primi sentimenti che essa insinua nell’anima dell’uomo sono il fondamento sul quale si può edificare ogni ulteriore struttura del carattere; e le conseguenze di quel che fa la madre, si risentono perciò in tutta la vita dell’uomo, e attraverso la sua condotta, si ripercuotono in tutto il futuro. » (Gentile, Lezioni di pedagogia)

 

L’educazione non comincia dalle scuole, bensì dal momento in cui la vita si presenta. Si è già trascesa la gretta fisicità, la mera sopravvivenza di cui soltanto, sbagliando, ci si cura. E la domanda radicale che dal testo gentiliano fa capolino è la seguente: la fisiologia è sufficiente? Oppure gli stessi processi fisiologici recano in sé significati più profondi, relativi al contesto in cui fioriscono? Afferma il grande filosofo siciliano nelle sue Lezioni di pedagogia:

 

Gentile con moglie e nipoti a Forte dei Marmi
Gentile con moglie e nipoti a Forte dei Marmi

« Questo indirizzo […] negli studi della donna, deriva da un concetto molto superficiale e grossolano del valore, come s’è detto, dello stesso allattamento materno; il quale non è raccomandato tanto per ragioni igieniche e fisiologiche, quanto piuttosto per ragioni morali; giacché la nutrice comincia essa a deporre nell’animo del bambino i primi germi de’ suoi sentimenti […]. Anche l’allattamento è parte di educazione, ossia di formazione morale dell’anima, e la funzione fisiologica è il semplice mezzo dell’opera che la madre allattando deve compiere: che è quella di fare non degli animali più o meno robusti, ma degli uomini, che occorrerà che siano sani, forti e robusti, ma per essere meglio uomini! »

 

se l’importanza e l’influenza che una madre ha sulla sua progenie sono queste già ai primi giorni e mesi di vita, senza contare il resto dell’infanzia e dell’adolescenza, com’è anche solo possibile auspicare un’inferiorità morale, cioè intellettuale, della donna? Al tempo si credeva, e ahimè a tratti si crede ancor oggi, che a esser buone madri bastasse possedere qualche nozione medica tale da saper nutrire un organismo, così da farlo crescere sano e forte. Bene, direbbe Gentile, e sia; d’altronde il corpo è il terreno su cui ci sviluppiamo, una condizione indispensabile del nostro spirito, ed è bene averne cura. Ma a rendere davvero “sano e forte” un uomo, la medicina, il corpo nutrito e funzionale, non bastano. Un uomo con dei grossi muscoli e con delle analisi del sangue impeccabili non ci dice ancora nulla della sua salute e virilità. Né un’ecografia o una visita pediatrica sull’integrità di un bimbo. D’altronde, si può sopravvivere in molti modi: si può crescere forzuti e con un buon livello di linfociti anche senza una buona madre o padre, con cattivi princìpi, senza andare a scuola, essendo affidati a balie, vivendo per strada, ecc. Ma quel che si intende con “salute”, con “essere uomini”, con vivere, è ben altro:

 

« Non è questa la parte più importante, perché l’uomo può essere sano e forte, ed essere causa d’infelicità a sé e agli altri, essere perverso […], e può essere debole e infermiccio e pure essere in grado di formare l’altrui felicità, e vivere per sé intensamente e lasciare di sé una luminosa orma nel mondo. » (Gentile, ivi)

 

Alexander Deineka, s.t.
Alexander Deineka, s.t.

Perciò una buona madre deve sapere in cosa consista questa vera salute, deve sapere, per insegnarli, quali siano i valori e i significati di cui suo figlio ha bisogno. Perché sì, questi un giorno potrà pure accorgersi, e poi correggersi, di un errore tra gli insegnamenti dei genitori; ma, da piccolo, si affiderà con tutto il suo amore e la sua innocenza a quello che gli raccontano e ai gesti che gli rivolgono. E più saranno solide, e cioè valide, quelle lezioni, tanto più il figlio sarà sulla buona strada per essere uno di coloro che lasceranno quella luminosa orma sulla terra. Questo è ciò che spetta alla donna che vuol essere madre, e la sua formazione deve saper rispondere a queste esigenze; ben oltre il focolare. Una madre che cerca il bene del figlio, deve pur sapere in cosa questo bene consista, altrimenti gli farà unicamente del male. Concetto che nella visione tradizionalistica che pensa che la donna debba semplicemente rammendare, preparare il cibo e tenere a bada la casa, non si scorge nemmeno lontanamente. Sbagliato era perciò il sistema che voleva la donna non istruita, perché davvero da lei, nella misura in cui si è detto, e nella misura in cui è all’altezza di questa missione, dipendono «le sorti dell’umanità».

Accogliere la Vita

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La Madre è colei che riconosce e custodisce, al di là della Natura, la fragilità della Vita. È l’emblema della trascendenza, di quell’amore cieco, forza senza eguali che scuote e al contempo nutre. 

 

di Erika De Marchis

La biologia insegna che la vita si forma a partire dalla fecondazione, per tale intendendosi l’unione di due gameti di sesso diverso e la fusione dei rispettivi nuclei. Dunque, vero è che non si nasce senza l’unione dei gameti, ma altrettanto vero è che non si cresce, non si diventa grandi senza l’affetto, il riconoscimento, la testimonianza, la fede, la promessa e la cura, così come Heidegger la intendeva: l’aver cura degli altri come modo tipico d’essere dell’uomo, il quale è originariamente “con” gli altri e dunque “verso” gli altri, da sempre e per costituzione aperto. In tal caso, aperto naturalmente alla vita nella sua totalità e trascendenza.

Pablo Picasso, "Maternidad"

Pablo Picasso, “Maternidad”

 

Possessore della cura dell’Altro, qui inteso come figlio, è, sin dal primo istante di vita, la Madre. La Madre, come luogo originario della singola persona, è il primo amore. La madre è la «culla»: l’individuo lì nasce. E lì torna: è il suo sepolcro. È in questo senso, esistenziale, profondo, che la madre parla di Ugo al figlio defunto: «parla di me col tuo cenere muto» (Foscolo, In morte del fratello Giovanni): la madre porta nel grembo il figlio deceduto.  Egli vive ancora dentro il suo grembo. La Madre, anche dinanzi alla morte, è custode di Vita. Ma è vero anche il contrario: la madre, che ha dato la vita, riceve la vita dal figlio, una volta che è morta. E perciò Montale, in A mia madre, la fa risorgere, nella memoria filiale: « e la domanda che tu lasci è anch’essa / un gesto tuo, all’ombra delle croci ».  La Madre, continua ad essere per il poeta la stella polare, il porto sicuro, ristoro e quiete per i turbamenti dell’anima. Montale cerca la Madre anche dopo la morte, sfida quest’ultima, si aggrappa alla corporeità della Madre, ricordandola nei gesti e nella cura quotidiana che a lui riservava. Vive in lui nell’eterno ricordo.

La madre è mediatrice: e non solo nell’immaginifico religioso. Nel mito classico, la madre Gea salva Giove dal padre Cronos. Fuori dal mito, ella assume una funzione mediatrice proprio in virtù del suo amore per i figli. Nella lirica La madre (1930) Ungaretti scrive: « Sarai una statua davanti all’Eterno ». Possiamo dire che la madre rinasce nel figlio che nasce. Questa è la maternità. Far nascere e insieme ri-nascere. Il tempo della maternità, tuttavia, non può essere ridotto alla nascita e alla ri-nascita, è anteriore a tale evento, è piuttosto un desiderio atemporale e pulsante che si manifesta ancor prima del concepimento. La maternità, declinata nelle sue numerose forme, è un , una risposta positiva al desiderio inconscio e innato nella donna.  Un  che implica la volontà manifestata di ospitare la Vita, farsi garante di essa, più semplicemente è volontà di accoglierla. Scrive Massimo Recalcati nell’opera Le mani della madre :

 

« Bisognerebbe sottrarre la maternità a ogni sua rappresentazione naturalistica: madre non è il nome della genitrice, ma, al di là della Natura, al di là del sesso e della stirpe, è il nome di quell’Altro che offre le proprie mani alla vita che viene al mondo, che risponde alla sua invocazione, che la sostiene con il proprio desiderio […]. Bisognerebbe provare a essere giusti con la madre e riconoscere nelle sue mani un’ospitalità senza proprietà di cui la vita umana necessita. Bisognerebbe rintracciare nel suo dono del respiro la possibilità che la vita abbia un inizio e che possa ogni volta ricominciare. »

Gustav Klimt, "Le tre età"
Gustav Klimt, “Le tre età”

La vita necessita di un Altro che, accogliendola, la porti alla luce nel mondo. Ed ecco che le gravidanze miracolose della Vergine Maria o della vecchia e infeconda Sara sono l’emblema della descrizione di Recalcati, ovvero di quella maternità intesa come apertura totale, gratuita e coraggiosa all’Altro. La Madre è colei che riconosce e custodisce, al di là della Natura, la fragilità della Vita. È l’emblema della trascendenza, di quell’amore cieco, forza senza eguali che scuote e al contempo nutre. Quell’amore capace di amare l’Altro nonostante le contingenze, e che in virtù di esse si scopre sempre più grande. Quell’amore che non è astratto, quasi fosse di un altro mondo, ma che vive di tutto ciò che col passare del tempo ha contribuito – anche ostacolandolo – a farlo fiorire. Una mamma adottiva raccontò il suddetto amore con tali parole:

 

« Dopo attimi dilatati la porta si apre. Ci guardiamo. Sto male. È il momento che attendiamo da 4 anni. Stiamo per incontrare per la prima volta nostra figlia. Ed entra l’assistente sociale con in braccio lei. È un momento che trafigge. Ogni altro pensiero sparisce, tutti i rumori svaniscono, tutto intorno si fa bianco e nero, lei sola a colori. Sto guardando mia figlia per la prima volta. E vorrei poter usare il rallentatore per non perdermi nessun secondo… cerco dei riferimenti su quel viso partendo dalla foto ricevuta all’abbinamento ma, incredula, non ne trovo… è lei? È lei. E lei è piccola nei suoi sei anni e mezzo. È in lacrime. Paonazza. Lineamenti tirati da neonato sofferente. Quanto ha atteso questa nascita? La paura dipinta sul piccolo viso. Appoggia il suo sguardo su di noi… ma scivola via. I capelli sono umidi, è tutta sudata. E io la sento e tutto mi risuona e mi viene da piangere. È un parto. »

 

Gustav Klimt, "Speranza"
Gustav Klimt, “Speranza”
Ed ecco che la vita umana ha bisogno di mani che accolgano, cullino e scaldino. Fuor di metafora, necessita per fiorire di accoglienza, affetto e calore dei quali la Madre è portatrice sana. Alla luce di ciò è da ritenersi legittima ogni postulata idea di divergenza tra l’esser Madre biologicamente o attraverso indirette vie? Se trascendessimo il piano puramente empirico, converremmo che non sussiste alcuna differenza poiché Madre è colei che accoglie la Vita indipendentemente-da; da tale considerazione discende un corollario: figlio è colui che abbia ricevuto un gratuito riconoscimento di Vita. Ed è per tal motivo che la giurisprudenza ha avuto cura di eliminare ogni differenza tra figli naturali e non, legittimi e illegittimi con la riforma del diritto di famiglia (Legge n.151 del 1975), ribadendo dal punto di vista dello ius l’unicità dello stato di figlio. Ciò che conta è l’accoglienza, il riconoscimento e la protezione che non cedono a differenze. Ad un bambino orfano manca la cura e per esso non sarà rilevante da chi proviene questa cura. L’amore non cede a differenze. L’amore non parla una sola lingua. L’amore crea, non distrugge. L’amore conserva, non abbandona. « L’amore non ha confini; ed è per questo che è perfetto », ebbe cura di scrivere Michela Marzano nel suo ultimo libro L’amore che resta. L’apertura delle mani alla Vita sarà completa nel momento in cui guarderemo ad ogni bambino del mondo con gli occhi della ‘’cura’’. Quando il cuore, con la mente, sarà in grado di effettuare l’universale riconoscimento: ogni Altro è mio figlio.

Il Tesoro della Calabria: il “Codex Purpureus Rossanensis”

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Il Tesoro della Calabria: il “Codex Purpureus Rossanensis”

Mistery Hunters

L'ingresso_di_Gesù_a_Gerusalemme_Codex_Purpureus_Rossanensis

Il “Codex Purpureus Rossanensis” è un Evangeliario greco miniato, del formato di 260 x 307 mm, su pergamena colore rosso-porpora (da qui il nome “Purpureus”), di straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario. I pregi del manoscritto sono numerosi, tali da renderlo il “capolavoro” della produzione libraria ed artistica bizantina e un “unícum” di valore inestimabile. La bellezza del manufatto (è probabilmente il più antico e meglio conservato documento librario e biblico della cristianità) fa di esso “la più fulgida gemma libraria della Calabria, che da solo fa Museo” (Ciro Santoro). Il testo evangelico, nonostante alcuni errori di trascrizione degli amanuensi, è radice e fonte della dottrina cristiana e della cultura europea. Ottimo è l’equilibrio tra fede e scienza, tra religiosità e tecnica raffinata, tra pazienza e abilità, quale si manifesta sia nella scrittura sia nelle illustrazioni. Oggi il Codex…

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