Apprendere Serve, Servire Insegna

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Nel suo libro “Una Testa ben fatta” E. Morin riprende, riattualizzandola, la celebre espressione di A. Gabelli che, già nell’Ottocento, affermava “È meglio una testa ben fatta di una testa ben piena”.

Il modo con cui ne parla oggi Morin va ben oltre la critica al nozionismo, già avanzata da Gabelli e da tanti altri dopo di lui, per affermare il primato dell’apprendimento, e quindi il ruolo di protagonista che deve avere il soggetto che apprende.

Quando si parla di una scuola che promuova lo sviluppo delle competenze si sottolinea lo stesso concetto. La persona competente è quella che sa far fronte, efficacemente, ai problemi, che sa muoversi nelle situazioni di incertezza, che è attrezzata a vivere nella complessità.

Non vi è dubbio che una “buona scuola” prepara i giovani avendo presente questo punto di riferimento.

Quando ci si chiede come questo può avvenire, e quindi si affronta il tema di quali siano i metodi didattici più idonei, tutti sono concordi nel suggerire dispositivi didattici di tipo euristico, nei quali, cioè, ci si preoccupa di mettere gli alunni di fronte a situazioni impegnative, e, per quanto possibile, reali o, almeno, realistiche.

È, questa, una prospettiva condivisibile e promettente.

Ma è una prospettiva che ci basta?

Dipende dall’idea di scuola e di educazione che coltiviamo.

Scriveva Hanna Arendt, che una cosa è conoscere, altra cosa è pensare (la testa ben fatta), ma pensare porta a comprendere, cioè a cum-prendere (farsi carico), cioè a prendere posizione.

La vera comprensione va oltre non solo alla dimensione conoscitiva e all’efficienza del pensare, per farsi carico della realtà, proprio nella direzione indicata da don Milani ai suoi alunni, e da loro a noi, con il motto ‘I Care’.

La “testa ben fatta”, come Hanna Arendt sapeva bene, non ha impedito alla banalità del male di impadronirsi del mondo, nel tragico Novecento che abbiamo appena lasciato alle spalle.

La Germania nazista, l’Italia fascista, l’Unione Sovietica comunista, non erano guidate da persone prive di competenza, non difettavano di ingegneri provetti, che costruivano armi letali, di architetti ben preparati, che disegnavano lager, di medici e infermieri esperti, che davano la morte…

Ma anche di professori universitari che trovavano il loro profitto assecondando non la ricerca della verità, ma le disposizioni dei dittatori, di manager e burocrati efficienti che, con competenza, garantivano l’organizzazione del terrore…

E tutti noi potremmo fare tanti altri esempi, molto più recenti, basti pensare a Bin Laden, che riportava ottimi voti nei college ben quotati, al fondamentalismo intollerante che con competenza semina il terrore, a chi si serve dei bambini come armi umane, a chi usa loro violenza in mille altri modi… o, per rimanere a casa nostra, a quanti – e con quanta competenza- hanno truffato nella gestione degli appalti o degli affari, a Venezia come a Milano, a Roma come in Campania…

Può, perciò, bastarci una scuola che sviluppi, al meglio, le competenze o è necessario e urgente dare alle competenze un senso, un orientamento valoriale?

La domanda, così posta, può suonare retorica. Ma prenderla sul serio che cosa potrebbe voler dire?

Io credo che dovrebbe portarci a riflettere sul rapporto che lega la scuola alla vita reale, andando però oltre la preoccupazione meramente funzionale di una formazione tutta centrata sul criterio dell’utilità individualistica, che trova gratificazione se favorisce il “successo” personale, a prezzo di alimentare un egoismo competitivo, che non conosce limiti e, se li incontra, li forza.

Non solo si tratterrebbe di una concezione riduttiva della scuola e di un impoverimento del suo compito formativoma anche di un cattivo servizio alla comunità sociale, che per crescere e svilupparsi anche economicamente non ha bisogno di individui aridi e predatori, ma di persone generose, coraggiose nell’intraprendere, solidali nella crisi, interessate a coltivare la propria umanità.

 

APPRENDIMENTO SOLIDALE

Un approccio pedagogico molto promettente, in questa direzione, è costituito dall’Apprendimento Solidale (o Service Learning). Il suo motto è “Apprendere serve, Servire insegna“.

Di che si tratta? Di una sorta di esperienza di volontariato, cosa apprezzabile ma estranea alla scuola? A pensarla così saremmo fuori strada. Proviamo a rispondere con un esempio.

Se un ragazzo , nel suo tempo libero, partecipando ad una associazione ambientalista, prende parte ad una iniziativa di pulizia del fiume e dell’ambiente circostante, fa del volontariato, cosa encomiabile, ma che non ha alcuna relazione con il suo essere, al mattino, uno studente.

Se uno studente, a scuola, studia temi di carattere ecologico e ambientale, affronta problemi importanti, ma questo non ha alcuna relazione con il volontariato.

Se, però, mentre è impegnato nell’apprendimento scolastico, viene coinvolto in un progetto di sensibilizzazione sociale e di intervento sull’ambiente, che può realizzare grazie alle conoscenze e alle competenze scolastiche, la dimensione dell’apprendimento si incontra con la dimensione del servizio.

La competenza viene orientata ad un valore di cittadinanza attiva. Così facendo, lo studente non rende solo un servizio alla sua comunità, ma anche a se stesso, perché apprende meglio, dal momento che sperimenta quanto la scuola gli propone all’interno di una situazione reale (apprendimento autentico) e, al tempo stesso, si sente valorizzato come persona.

La sfida del Service Learning è di impostare un curricolo scolastico nel quale apprendimento e servizio si ‘confondono’, si rafforzano reciprocamente.

Si può fare? Molte esperienze, nel mondo, dicono di sì, e ormai una vasta letteratura scientifica lo conferma. Gli studenti impegnati in proposte di Service Learning si mostrano molto più motivati, diventano non solo buoni cittadini, ma studenti migliori. Gli insegnanti riscoprono il senso sociale del loro lavororitrovano il piacere di una professione non subordinata alle richieste di una cultura funzionalista e mercantile, ma indispensabile per ridare un nuovo umanesimo alla convivenza.


Italo Fiorin

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