La dimenticata Università di Altamura: attiva per 63 anni fu stroncata dalla “rivoluzione”

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di Pietro Marvullitimthumb

Un ateneo pugliese sorto lontano dalle grandi città, decaduto dopo un’insurrezione e del quale sono rimaste pochissime tracce. È la curiosa storia della dimenticata Università di Altamura, attiva per 63 anni nel paese murgiano in provincia di Bari.  Era ubicata nel cinquecentesco Palazzo Prelatizio di corso Federico II di Svevia, la strada che taglia in due il borgo antico da nord a sud.

L’edificio, oggi “casa” della diocesi locale, è facilmente riconoscibile per via dell’elegante balconata presente al primo piano e del particolare ingresso che immette nell’atrio che in passato ospitava alcune delle aule dell’Ateneo. L’accesso è infatti costituito da un arco a tutto sesto che poggia su colonne scanalate orizzontalmente ed è sormontato da un fregio di metope e triglifi. Su un muro laterale, adiacente all’imponente cattedrale cittadina, è visibile una targa in pietra con una scritta inequivocabile: “Qui nel Palazzo Prelatizio ebbe sede dal 1748 al 1811 la Università degli Studi di Altamura”.

L’insegna però è una delle pochissime testimonianze di questo passato accademico : ricostruirlo anzi è stato inaspettatamente complicato.  Abbiamo provato infatti a rivolgerci alla Curia, che ci ha consigliato di parlare con i responsabili del Museo Diocesano che a loro volta hanno negato l’esistenza di qualsivoglia reperto dell’antico Ateneo all’interno dello spazio espositivo, il cui archivio capitolare è comunque chiuso per lavori fino a giugno. Abbiamo quindi tentato di dare un’occhiata ai volumi della biblioteca di Altamura, ma nemmeno qui abbiamo trovato notizie utili. Fin quando ci siamo imbattuti in una tesi di dottorato dedicata all’argomento scritta da Barbara Raucci, storica proveniente dalla “lontana” Napoli. Grazie al suo studio siamo riusciti a ritornare indietro di 269 anni, quando l’Italia meridionale era ancora dominata dai Borbone. L’epopea dell’Università comincia infatti nel 1748: a fondarla è Marcello Papiniano Cusani, arciprete della chiesa locale che si avvale dei risparmi inutilizzati del Monte a Moltiplico, un fondo istituito originariamente per la creazione di un centro vescovile al quale la cittadinanza altamurana contribuiva dal 1619.

Cusani è anche il primo rettore e come tale si dà da fare per istituire le prime cattedre. Nel giro di tre anni partono i corsi di lettere umane, eloquenza greca, eloquenza latina, filosofia, geometria, medicina, sacra teologia e giurisprudenza ecclesiastica e civile. Subito dopo però il fondatore si dimette: la decisione arriva dopo il rifiuto di un organo governativo nel concedere un aumento di stipendio per i suoi professori, da lui proposto “per allettarli e maggiormente incoraggiarli a fatigar con fervore e premura”. I suoi successori non riescono però a far “decollare” definitivamente l’istituzione accademica, fino al 1784, anno in cui il nuovo rettore Gioacchino de Gemmis dà vita a grandi stravolgimenti. Innanzitutto vengono inaugurati i nuovi insegnamenti di fisica sperimentale, botanica e mineralogia, accompagnati dall’apertura di una biblioteca a disposizione degli iscritti.

Le nuove disposizioni obbligano anche i docenti a tenere almeno cinque ore di lezione al giorno e a non allontanarsi dall’ateneo senza aver corretto i compiti svolti in aula dagli studenti.  I cambiamenti in atto portano alla formazione di classi composte da giovani e valorose menti provenienti da Puglia e Basilicata. Non si sa quanti fossero di preciso: grazie al ritrovamento di alcuni foglietti risalenti al 1788 siamo a conoscenza che la maggior parte di loro è di Altamura, Bari e Giovinazzo e si avviava verso una carriera nella gerarchia ecclesiastica. L'”età dell’oro” finisce però nel 1799, quando sulla scia della Rivoluzione francese gli altamurani insorgono proclamando la repubblica. Le truppe fedeli alla famiglia reale soffocano subito la sollevazione e costringono all’esilio diversi ribelli, tra cui figurano alcuni docenti dell’università e lo stesso De Gemmis.

Quest’ultimo è così sostituito da un altro uomo di chiesa, il primicerio biscegliese Girolamo Maffione, che però non riuscirà a confermare i successi del suo predecessore. De Gemmis in realtà torna al suo posto nel 1806 ma la decadenza è ormai inarrestabile: le cattedre rimaste operative sono solo sei e dal 1809 al 1810 gli studenti passano da 100 a 70 unità. Infine la mancanza di fondi fa sì che nel 1811 venga decretata la chiusura ufficiale dell’Università, stroncata di fatto dalla rivoluzione. La “Leonessa di Puglia”, soprannome che la città aveva conquistato durante l’insurrezione, dice così addio per sempre al suo prezioso gioiello culturale, del quale oggi rimane ben poco nella memoria storica del comune barese.

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