A volte le bugie hanno più fortuna della verità

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IMITAZIONI UN TESTO APOCRIFO DELLO SCRITTORE GRAVEMENTE AMMALATO FA IL GIRO DEL MONDO E VIENE PUBBLICATO ANCHE IN ITALIA. PRONTA LA SMENTITA

«Ecco il testamento di García Márquez ». Ma è un falso

IMITAZIONI Un testo apocrifo dello scrittore gravemente ammalato fa il giro del mondo e viene pubblicato anche in Italia. Pronta la smentita «Ecco il testamento di García Márquez ». Ma è un falso «H o provato vergogna nel pensare che i lettori potessero immaginarmi autore di tanta banalità». Una riga di Gabriel García Márquez, solo una riga. Secca, con la rabbia dello scrittore malato che non sopporta il tradimento. Si infuria per testamenti falsi e prematuri, o lettere, o racconti immaginari che sospetta già stampati nel cassetto dei truffatori. Nella scia di un autore tanto amato preparano il teatro delle bugie per quando non ci sarà più. Prima o poi succede a tutti. «Se per un istante Dio si dimenticasse che sono una marionetta di stracci e mi regalasse un tozzo di vita, probabilmente non direi tutto ciò che penso, però, in definitiva, penserei comunque tutto ciò che dico». È l’ attacco del falso confezionato da chi ha inventato male. «Darei valore alle cose non per ciò che valgono ma per ciò che significano». Aria fritta. Il niente nella melassa di sentimenti banali. «Disegnerei con un sogno di Van Gogh sulle stelle di un poema di Mario Benedetti e su una canzone di Serrat…». Quando ha letto la lettera mal inventata sul «Tiempo» di Bogotà che riprendeva la rubrica di un opinionista di Città del Messico, Eligio, il fratello «si è sentito male». Ha capito che Gabo non era l’ autore e ne immaginava la sofferenza. Mario Benedetti stava dimenticando l’ inverno australe a Madrid. «Nemmeno per un secondo ho pensato fosse farina di Gabo». Per Gabriel García Márquez è qualcosa di più di un falso. È la contraddizione dell’ impegno che lo accompagna fin da bambino, quando nella casa di Aracataca, osservava il nonno, colonnello nella guerra dei mille giorni, riempire la vecchiaia trasformando piccole monete d’ oro in ciondoli da regalare a chi gli voleva bene. Limava e controllava con lente da filatelico. Il fascino del grande vecchio si respira nei racconti più belli. E la sua precisione è diventata un dogma. Gabo è narratore di magie e pochi lettori sospettano l’ ossessione nella scelta delle parole. Che lima e corregge fino all’ ultimo minuto. Tre ore prima della stampa dell’ ultimo romanzo – «Notizie da un sequestro» – ha chiamato gli editori di Buenos Aires, Messico e Madrid. Erano in ritardo di una settimana per i rimpasti che non finivano mai. «Fermi tutti, devo cambiare un aggettivo». Non avrebbe riconosciuto il libro se restava l’ aggettivo. Si era accorto che suonava male. Non è forse una esagerazione?, gli ho chiesto nella mattina bollente di Cartagena, durante una colazione in terrazza perché Gabo non sopporta il soffio del condizionatore. «Non sto esagerando. La scrittura è un atto ipnotico. Si tratta di ipnotizzare il lettore per farlo pensare solo al racconto che sto raccontando. Il che richiede ua quantità di tormenti, ripensamenti e correzioni: purché non si svegli. Quando uno incanta il lettore, riesce a comunicargli il ritmo di un certo respiro. Che non bisogna interrompere con una parola stonata. Perché se il ritmo cambia il lettore si sveglia». Ecco perché la rabbia è più profonda della banalità di un piccolo falso. E che buon gusto gettarlo sulle spalle di chi sta male. Il giornalista si è scusato: «ho avuto il racconto da persona fidata: non è poi così banale come Gabo pretende». Eligio, il fratello, non gliene ha più parlato per non rimescolare il fastidio: «Quel “tozzo di vita” deve averlo mandato in bestia». Passano due mesi e la rivista «Koyeu Latino America» rilancia il «testamento». E infine ieri, a piena pagina, ripubblica quel testo – definendolo per di più, «splendida poesia» – il quotidiano «Liberazione». E naturalmente si può leggerlo anche su Internet. A volte le bugie hanno più fortuna della verità. Maurizio Chierici

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