Archivio mensile:febbraio 2014

Carlo Rovelli scienziato italiano

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Perché sono ateo Recentemente diversi amici mi hanno chiesto perché non credo in Dio. Ecco la mia risposta. A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene. Non mi piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio. Preferisco quelli che sono buoni perché sono buoni. Non mi piace rispettare i miei simili perché sono figli di Dio. Mi piace rispettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono. Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva la giustizia pensando in questo modo di piacere a Dio. Mi piace chi si dedica al prossimo perché sente amore e compassione per la gente. A me non piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone stando zitto dentro una chiesa ascoltando una funzione. Mi piace sentirmi in comunione con un gruppo di persone guardando i miei amici negli occhi, parlando con loro, e guardando il loro sorriso. Non mi piace emozionarmi davanti alla natura perché Dio l’ha creata così bella. Mi piace emozionarmi perché è così bella. A me non piace consolarmi della morte pensando che Dio mi accoglierà. Mi piace guardare in faccia la limitatezza della nostra vita e imparare a sorridere con affetto a sorella morte. Non mi piace chiudermi nel silenzio e pregare Dio. Mi piace chiudermi nel silenzio e ascoltare le profondità infinite del silenzio. Non mi piace ringraziare Dio: mi piace svegliarmi il mattino, guardare il mare e ringraziare il vento, le onde, il cielo e il profumo delle piante, la vita che mi fa vivere, e il sole che si alza. A me non piacciono quelli che mi spiegano che il mondo l’ha creato Dio, perché penso che non lo sappia nessuno di noi da dove viene il mondo, penso che chi dice di saperlo, si illude; preferisco guardare in faccia il mistero, sentirne l’emozione tremenda, piuttosto che cercare di spegnerla con delle favole. A me non piacciono coloro che credono in Dio e sanno dove sta la Verità, perché penso che in realtà siano ignoranti quanto me. Penso che il mondo è per noi ancora uno sterminato mistero. A me non piacciono quelli che conoscono le risposte. Mi piacciono di più quelli che le risposte le cercano, e dicono “non so”. Mi piace parlare agli amici, provare a consolarli se soffrono. Mi piace parlare alle piante, e dare loro da bere se hanno sete. Mi piace amare. Mi piace guardare il cielo in silenzio. Mi piacciono le stelle. Mi piacciono infinitamente le stelle. Non mi piace chi si rifugia nelle braccia di una religione quando è sperso, quando soffre, preferisco chi accetta il vento della vita, e sa che gli uccelli dell’aria hanno il loro nido ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il suo capo. E siccome vorrei essere simile alle persone che mi piacciono, e non a quelli che non non mi piacciono, non credo in Dio.
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FESTIVAL DELLE SCIENZE Vecchioni incontra gli studenti romani: “Riscoprite l’utilità della cultura”

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Lezione del cantautore milanese all’Auditorium per circa 700 alunni delle scuole della Capitale: “Penso che la letteratura e l’arte dimostrino l’utilità di quello che molti considerano ‘inutile'”.

Al centro del suo intervento, il legame che intreccia parole e musica: “La poesia nasce col canto che veniva utilizzato per esprimere qualsiasi emozione”. Ragazzi incuriositi dalle origini del linguaggio.

    

24/01/2014

ROMA. “Ragazzi, riscoprite l’ultilità dell’‘inutile’. Penso che la letteratura e l’arte dimostrino l’utilità dell’‘inutile’. L’utile è far soldi, avere potere, comandare gli altri. L’‘inutile’ è la cultura. Credo che dobbiamo aumentare le possibilità dell’‘inutile’, perché senza non viviamo”. A parlare a circa 700 studenti romani all’Auditorium Parco della Musica è un insegnante, uno di quelli che a volte non ha cercato una cattedra per trasmettere un messaggio ai giovani e che molto più spesso si è rivolto a loro attraverso le sue canzoni. Perché nella sua comunicazione ha mischiato “musica e parole”. E questo è stato il tema della lectio magistralis di Roberto Vecchioni nell’ambito del Festival delle Scienze, giunto alla nona edizione. Un incontro aperto con una metafora. “Un pesce chiede all’altro: cos’è l’acqua? Ecco la risposta: quello che abbiamo attorno ma non vediamo. Lo stesso vale per la cultura”.

Durante il suo intervento il cantautore milanese ha spiegato il legame che intreccia i due elementi base della comunicazione, ripercorrendo la loro storia dalle origini al ‘900. Al centro della sua riflessione, la teoria del linguista americano Noam Chomsky: comunicare per l’uomo è qualcosa di innato. “Lo ha fatto da sempre – ricorda Vecchioni – per esprimere messaggi comunicativi oppure le proprie gioie e i propri dolori”. E gli elementi di cui si avvale sono: la parola e la nota, che in alcune occasioni possono essere usate insieme “per rafforzare un messaggio”, in altre, invece, non si combinano. Come nel caso in cui “nella poesia – afferma il cantautore citando Montale – è già insita la melodia. E quindi non ha bisogno di musica”. Poi, il flashback, il ritorno alle origini, con ampi riferimenti al mondo greco. “I primi poeti non scrivevano, ma cantavano. La poesia nasce col canto, che è una seconda parola, un secondo discorso, un secondo linguaggio. Col canto veniva espresso un dolore, qualsiasi tipo di emozione, lo stato d’animo. La creazione del mondo per i greci avviene con un suono. La non creazione (il nulla) è buio e silenzio. La musica è stata la prima inclinazione dell’uomo alla comprensione della vita. Il canto è stato usato prima per rapportarsi a Dio, cioè il canto innologico, poi è nato il canto epico. E infine è stato utilizzato dall’uomo per parlare dell’amore”.

Dalla Grecia al continente australiano. A quest’ultimo Vecchioni guarda con grande simpatia e ricorda i canti fatti di un solo verso “ripetuto per dire a Dio sempre lo stesso messaggio in modo che prima o poi lo capisca”. E poi spazio all’amore. Perché anche il sentimento è sempre stato espresso con la musica. “La capacità di accoppiare l’anima a un motivo musicale s’identifica nell’armonia: se la mia melodia (la vita, il destino) non corrisponde a quella di un altro non ci si troverà mai”. Il pensiero di Vecchioni è accostato sempre più a quello di Chomsky, che interverrà nei prossimi giorni alla manifestazione: “Noi siamo fatti di musica”. Una musica che può essere “triste”, nel caso in cui il sentimento percepito è il “desiderio del ritorno, il nostos”, oppure “allegra”. Quest’ultima “la viviamo quando ci apriamo al mondo”. “Si tratta di due filoni della nostra musica interna che ci portano o a chiuderci in noi o ad avere voglia di fare”.

Parole che hanno fatto riflettere gli studenti. “Mi ha interessato il rapporto stretto che esiste tra parole e musica. Sapevo che le prime applicazioni della musica erano legate alla religione, ma è stata comunque una lezione interessante”, dice Claudia Calvano dell’Itis Fermi. Le fa eco l’insegnate del liceo artistico Argan, Adele Marrazzo: “Mi ha incuriosito che la nascita della vita sia connessa con la musica”. “Dall’intervento di Vecchioni si nota la cultura del professore-cantante – dice Elena Federici del liceo linguistico Edoardo Amaldi. Da oggi lo apprezzo ancora di più. Ricorderò che la musica è in ogni aspetto della vita”.

Filippo Passantino