Archivio mensile:dicembre 2013

“Casa” è dove hai spazio per essere te. (Emanuele G. Casale)

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Jung Italia

Emanuele Casa è dove hai spazio

«Casa è dove hai spazio per essere
per essere da solo con te
e da qui
poter esserCi con qualcun altro,
essere “senso” per l’altro.
Qui è casa»
(Emanuele G. Casale – 30/12/2013, Pescara, Registrato con Licenza CC – Creative Commons Licenza Creative Commons.
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Unported.)

 

 

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LE COSE ELEMENTARI

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In modo maldestro, con ago grosso, con
filo grosso,
si attacca i bottoni della giacca. Parla da
solo:

Hai mangiato il tuo pane? Hai dormito
tranquillo?
Hai potuto parlare? Tendere la mano?
Ti sei ricordato di guardare dalla finestra?
Hai sorriso al bussare della porta?

Se la morte c’è sempre, è la seconda.
La libertà sempre è la prima.
Yiannis Ritsos

Digressione

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Pier Paolo Pasolini.

Fine d’anno

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Né la minuzia simbolica

di sostituire un tre con un due

né quella metafora inutile

che convoca un lasso che muore e un altro che sorge

né il compimento di un processo
astronomico

stordiscono e scavano

l’altopiano di questa notte

e ci obbligano ad attendere

i dodici e irreparabili rintocchi.

La causa vera

è il sospetto generale e confuso

dell’enigma del Tempo;

è lo stupore davanti al miracolo

che a dispetto di infiniti azzardi,

che a dispetto che siamo

le gocce del fiume di Eraclito,

perduri qualcosa in noi:

immobile.

Jorge Luis Borges

Odio il capodanno

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Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916 su l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”)

Citazione

Di errori ne ho fatti parecchi, di cattive azioni mai. Non dimentico i torti subiti, spesso non li perdono, ma non mi vendico: la vendetta è volgare come il rancore. Questo mi dà una forza da leoni. Una forza che non mi fa avere paura di nulla.

Anna Magnani

Di errori ne ho…

Citazione

Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama “rispetto”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama “maturità”…
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama “sincerità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”… ma oggi so che questo è “amore di sé”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”. Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di
“saggezza interiore”.
Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che tutto questo è “la vita”.

Charles Spencer Chaplin

Com’è imbarazza…

dal “Il discorso parallelo. Verità, linguaggio e interpretazione fra Heidegger e Gadamer” di Furia Valori

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Questo saggio intende evidenziare, in Heidegger e Gadamer, la presenza di una struttura parallela, ovvero la contemporanea presenza all’interno di ogni “Discorso” di una traccia che trascende il testo e che rimanda al suo principio veritativo, che è condizione indispensabile del discorso stesso. Si genera, così, un secondo “Discorso” parallelo al testo, di livello veritativo superiore che produce un rapporto di dinamica speculativa tra le due strutture (Discorsi), in quanto il vero(attraverso la sua traccia ) si invia nel testo ed illumina il discorso filosofico che, in tal modo, rispecchia il vero.

La Filosofia,  in quella che si definisce “modernità” è giunta a porre il soggetto trascendentale (assoluto e trasparente) al centro della speculazione, relegando gli altri soggetti empirici a semplici mezzi per la sua realizzazione.

Questo assunto totalizzante, scindendo la soggettività trascendentale da quella empirica, ha, di fatto estraneato il soggetto nella sua singolarità, dall’universale.   In seguito, però, il pensiero filosofico ha operato un ribaltamento che, in varie teorie, differenti tra loro, ha dato vita al cosiddetto  “smascheramento”  che ha condotto “ i  maestri del sospetto ” (Marx, Nietzsche, Freud)  a  porre in discussione la stessa centralità soggettiva.

Tuttavia, anche lo “smascheramento” non può prescindere dalla capacità del soggetto di porsi da parte, da un punto di vista ritenuto veritativo e più profondo, condizione indispensabile per determinare e giudicare.

Heidegger, in Essere e tempo, evidenzia la gettatezza progettante dell’uomo come ESSER CI (esser-nel-mondo e co-essere); nello stesso tempo,( attraverso la ermeneutica fenomenologica), il lasciar manifestare l’ente da se stesso per quel che è, si esplica una specie di svelamento, una messa in discussione di tutte le sedimentazioni accumulatesi per mezzo (colpa) della tradizione filosofica.

Essendo l’Esserci costitutivamente comprendente, l’indagine non può non partire  dalla Pre-Comprensione, derivante dall’appartenenza, dalla gettatezza dell’Esserci, nella situazione ( nel mondo), ma contemporaneamente, non può non far riferimento ad un manifestarsi aprente, disvelante, che faccia da volano ed indichi la giusta direzione per muoversi correttamente all’interno del circolo della comprensione. Anche la decostruzione della Metafisica (oltre il fisico) che culmina nell’umanismo (oblio dell’essere), è portata avanti evidenziando le modalità dell’inviarsi sottraendosi della verità, che assume  il carattere di non nascondimento.

Questa decostruzione porta Heidegger ad affermare che l’Età della Tecnica non è il superamento della Metafisica, ma il suo massimo sviluppo ( nascondimento dell’essere). Ma anche qui Heidegger, per indagare sulla Metafisica, deve porsene fuori, riesaminando tutte le sue determinazioni: solo così può comprendere l’essenza della Metafisica, solo da questa posizione di trasparenza può giudicare che l’essere, nell’inviarsi, si sottrae.

Vincenza Pellegrino