DENTRO LE RIGHE: LA DIRIGENZA SCOLASTICA ELEMENTO DI DEBOLEZZA NELLA SCUOLA Scritto da Libero Tassella

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Ho sempre considerato la Dirigenza scolastica un elemento di debolezza nella scuola dell’autonomia che ormai è in crisi e a mio avviso oggi va profondamente riformata a partire anche dalla dirigenza scolastica; il Dirigente oscilla in un ruolo che va dal delirio di onnipotenza,  in autonomia credono, come un signore feudale, di poter fare tutto ciò che vogliono per il supposto bene della loro azienda e dei loro clienti ( genitori ed alunni) in barba a contratti e a norme di rango primario o secondario, oppure sono dei paurosi burocrati sempre impauriti di dover aprire il borsellino e risarcire, pecore con gli impiegati e i funzionari dell’amministrazione, leoni con i sottoposti in specie insegnanti, rasentando a volte la villania e la scostumatezza.

E poi l’arroganza contrabbandata da decisionismo, li abbiamo visti in giacca blu, e cravatta caricature di manager, con porte delle dirigenze sempre chiuse , con decine di collaboratori a carico del FIS, portare alla rovina scuole, utilizzare in modo disinvolto le risorse, circondarsi da corti dei miracoli, entrare nelle valutazioni imponendo promozioni , scambiano la valutazione come una promozione della loro azienda e soprattutto l’impunità di cui godono a prescinderei dai risultati, vivono nell’autoreferenzialità pura, molti di queste caricature di manager in un’azienda privata sarebbero stati cacciati a calci nel sedere, nelle scuole pubbliche più danno fanno ,più sono inamovibili!Immagine

Apprendere Serve, Servire Insegna

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Nel suo libro “Una Testa ben fatta” E. Morin riprende, riattualizzandola, la celebre espressione di A. Gabelli che, già nell’Ottocento, affermava “È meglio una testa ben fatta di una testa ben piena”.

Il modo con cui ne parla oggi Morin va ben oltre la critica al nozionismo, già avanzata da Gabelli e da tanti altri dopo di lui, per affermare il primato dell’apprendimento, e quindi il ruolo di protagonista che deve avere il soggetto che apprende.

Quando si parla di una scuola che promuova lo sviluppo delle competenze si sottolinea lo stesso concetto. La persona competente è quella che sa far fronte, efficacemente, ai problemi, che sa muoversi nelle situazioni di incertezza, che è attrezzata a vivere nella complessità.

Non vi è dubbio che una “buona scuola” prepara i giovani avendo presente questo punto di riferimento.

Quando ci si chiede come questo può avvenire, e quindi si affronta il tema di quali siano i metodi didattici più idonei, tutti sono concordi nel suggerire dispositivi didattici di tipo euristico, nei quali, cioè, ci si preoccupa di mettere gli alunni di fronte a situazioni impegnative, e, per quanto possibile, reali o, almeno, realistiche.

È, questa, una prospettiva condivisibile e promettente.

Ma è una prospettiva che ci basta?

Dipende dall’idea di scuola e di educazione che coltiviamo.

Scriveva Hanna Arendt, che una cosa è conoscere, altra cosa è pensare (la testa ben fatta), ma pensare porta a comprendere, cioè a cum-prendere (farsi carico), cioè a prendere posizione.

La vera comprensione va oltre non solo alla dimensione conoscitiva e all’efficienza del pensare, per farsi carico della realtà, proprio nella direzione indicata da don Milani ai suoi alunni, e da loro a noi, con il motto ‘I Care’.

La “testa ben fatta”, come Hanna Arendt sapeva bene, non ha impedito alla banalità del male di impadronirsi del mondo, nel tragico Novecento che abbiamo appena lasciato alle spalle.

La Germania nazista, l’Italia fascista, l’Unione Sovietica comunista, non erano guidate da persone prive di competenza, non difettavano di ingegneri provetti, che costruivano armi letali, di architetti ben preparati, che disegnavano lager, di medici e infermieri esperti, che davano la morte…

Ma anche di professori universitari che trovavano il loro profitto assecondando non la ricerca della verità, ma le disposizioni dei dittatori, di manager e burocrati efficienti che, con competenza, garantivano l’organizzazione del terrore…

E tutti noi potremmo fare tanti altri esempi, molto più recenti, basti pensare a Bin Laden, che riportava ottimi voti nei college ben quotati, al fondamentalismo intollerante che con competenza semina il terrore, a chi si serve dei bambini come armi umane, a chi usa loro violenza in mille altri modi… o, per rimanere a casa nostra, a quanti – e con quanta competenza- hanno truffato nella gestione degli appalti o degli affari, a Venezia come a Milano, a Roma come in Campania…

Può, perciò, bastarci una scuola che sviluppi, al meglio, le competenze o è necessario e urgente dare alle competenze un senso, un orientamento valoriale?

La domanda, così posta, può suonare retorica. Ma prenderla sul serio che cosa potrebbe voler dire?

Io credo che dovrebbe portarci a riflettere sul rapporto che lega la scuola alla vita reale, andando però oltre la preoccupazione meramente funzionale di una formazione tutta centrata sul criterio dell’utilità individualistica, che trova gratificazione se favorisce il “successo” personale, a prezzo di alimentare un egoismo competitivo, che non conosce limiti e, se li incontra, li forza.

Non solo si tratterrebbe di una concezione riduttiva della scuola e di un impoverimento del suo compito formativoma anche di un cattivo servizio alla comunità sociale, che per crescere e svilupparsi anche economicamente non ha bisogno di individui aridi e predatori, ma di persone generose, coraggiose nell’intraprendere, solidali nella crisi, interessate a coltivare la propria umanità.

 

APPRENDIMENTO SOLIDALE

Un approccio pedagogico molto promettente, in questa direzione, è costituito dall’Apprendimento Solidale (o Service Learning). Il suo motto è “Apprendere serve, Servire insegna“.

Di che si tratta? Di una sorta di esperienza di volontariato, cosa apprezzabile ma estranea alla scuola? A pensarla così saremmo fuori strada. Proviamo a rispondere con un esempio.

Se un ragazzo , nel suo tempo libero, partecipando ad una associazione ambientalista, prende parte ad una iniziativa di pulizia del fiume e dell’ambiente circostante, fa del volontariato, cosa encomiabile, ma che non ha alcuna relazione con il suo essere, al mattino, uno studente.

Se uno studente, a scuola, studia temi di carattere ecologico e ambientale, affronta problemi importanti, ma questo non ha alcuna relazione con il volontariato.

Se, però, mentre è impegnato nell’apprendimento scolastico, viene coinvolto in un progetto di sensibilizzazione sociale e di intervento sull’ambiente, che può realizzare grazie alle conoscenze e alle competenze scolastiche, la dimensione dell’apprendimento si incontra con la dimensione del servizio.

La competenza viene orientata ad un valore di cittadinanza attiva. Così facendo, lo studente non rende solo un servizio alla sua comunità, ma anche a se stesso, perché apprende meglio, dal momento che sperimenta quanto la scuola gli propone all’interno di una situazione reale (apprendimento autentico) e, al tempo stesso, si sente valorizzato come persona.

La sfida del Service Learning è di impostare un curricolo scolastico nel quale apprendimento e servizio si ‘confondono’, si rafforzano reciprocamente.

Si può fare? Molte esperienze, nel mondo, dicono di sì, e ormai una vasta letteratura scientifica lo conferma. Gli studenti impegnati in proposte di Service Learning si mostrano molto più motivati, diventano non solo buoni cittadini, ma studenti migliori. Gli insegnanti riscoprono il senso sociale del loro lavororitrovano il piacere di una professione non subordinata alle richieste di una cultura funzionalista e mercantile, ma indispensabile per ridare un nuovo umanesimo alla convivenza.


Italo Fiorin

Dio e il suo destino – Vito Mancuso — CONSTANTIUS Gabriele Romano

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L’antropologia L’antropologia alla base della fede in Dio consiste nel ritenere la persona umana non riducibile alla sua biologia e al suo ambiente sociale. Essa è semplificabile in questa formula: Io-Mondo = x Tale formula si oppone alla visione contraria che afferma: Io-Mondo=0 La visione antropologica presupposta alla prima formula è la libertà, la possibilità […]

via Dio e il suo destino – Vito Mancuso — CONSTANTIUS Gabriele Romano

il contrario di uno

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Erri De Luca, nato a Napoli nel 1950, è sicuramente uno scrittore sui generis: amante dello sport e della montagna, attivista politico fin dall’adolescenza, fortemente contrario ad ogni forma di potere e con atteggiamenti giovanili che rasentavano l’ esaltazione dell’anarchia. Soprattutto però si distingue per lo svariato numero di professioni, volontariamente scelte, secondo la sua […]

via Qual è il contrario di uno? La risposta di Erri De Luca — Viaggio nello Scriptorium

Quando — La poesia e lo spirito

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Quando sarà tutto finito, ci volteremo indietro, con un po’ di nostalgia. Penseremo alle cose belle della vita, a quel golfo visto dalla terrazza del paese, al tramonto che si portava via un segreto, allo sguardo del bambino che ti chiedeva il nome. Ci sembrerà strano andarcene così, senza saluti. Mio padre, quando partì con […]

via Quando — La poesia e lo spirito

L’inganno delle competenze. Ovvero la scuola spiegata al mio barista (parte seconda)

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gli opliti di Aristotele

bansky-no-futureAdesso le scuole sono fissate con le competenze. Cioè con quanto sai fare bene una cosa. Se risolvi 10 equivalenze senza sbagliarne una, significa che sei bravo. Se metti l’indicativo in una frase ipotetica, invece, si capisce che devi migliorare. Conta soltanto quello che si può misurare. Hai paura che i tuoi genitori si lascino? A casa passi il pomeriggio impiccando lucertole? Non sono più questioni che riguardano la scuola.

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Odorava di dignità

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LA LETTERA DEL FIGLIO DI UN OPERAIO

Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.

Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.

L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.

L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.

L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.

L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010,  su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione  del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof.  Deaglio a Radio 24 tra le 17,30  e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).

Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.

Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.

Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.

Odorava di dignità.

(Luca Mazzucco)

Storie di sguardi magici

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R. Tiziana Bruno

Un destino sottile unisce la notte al mare. Innamorati al primo istante, si sono scelti da subito e uniti per sempre.
I sogni muovono tutte le cose…

Questo libro è la traduzione cartacea di una splendida ed emozionante trilogia di videofiabe, realizzate da Rosa Tiziana Bruno in collaborazione con l’artista varesino Enrico Colombo. Contiene immagini emozionanti, che  accompagnano i testi in una combinazione assolutamente vincente sul piano della fantasia e dell’immaginazione.

I° parte:

In realtà le video fiabe sono veri e propri libri, libri che raccontano cantando, libri che giocano con le parole, le immagini e la musica. In questo modo la lettura diventa possibile e piacevole per tutti, anche per i più piccoli, che vengono trascinati dal ritmo delle parole e delle note. Si tratta di leggere ascoltando, una fantastica ginnastica per l’immaginario di bambini e adulti.

Forse questa è la strada per arrivare a toccare più profondamente…

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«FIGLIO MIO NON TI HO MAI AMATO COSÌ TANTO COME OGGI CHE TI VEDO PERDERE»

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«FIGLIO MIO NON TI HO MAI AMATO COSÌ TANTO COME OGGI CHE TI VEDO PERDERE»

26/06/2017  È commovente la lettera di una mamma, Clementina Coppini, che ha scritto al figlio dopo aver saputo che era stato bocciato. « Essere persone straordinarie è uno status che si acquisisce con le vittorie, ma soprattutto con le sconfitte. […] È giunto il tempo che tu impari ad affrontare quelle scale. Queste scale sono le tue. Raccogli l’anima da terra e sali quei gradini, uno per uno. Fagliela vedere». La lettera è stata pubblicata qualche giorno fa sul Giornale di Brescia.

«Figlio mio, stamattina mi ha chiamato la scuola per dirmi che non ce l’hai fatta» scrive Clementina. «Dovrai ripetere l’anno. Il tuo professore era afflitto, mai quanto me che ho dovuto sentire le sue parole. Volevo dirgli che hai combattuto fino all’ultima ora dell’ultimo giorno, poi ho pensato che a cose fatte era una precisazione inutile. Io lo so e me lo ricorderò. Ho passato mezz’ora fissando il vuoto pensando a come dirtelo. Tu hai lottato fino all’ultimo. Hai persino preso otto nella verifica di storia il penultimo giorno di scuola. Ma non è bastato, perché sei stato un disastro in matematica, fisica e persino in italiano, per via di quattro impreparati in batteria. E poi latino così così, scienze non recuperato il primo quadrimestre. Perché adesso conta anche quello, accidenti».

«Sono entrata nella tua stanza, te l’ho detto e tu non ci credevi» continua. «Hai pensato a uno scherzo. Ovvio che non lo era. Ho visto la tua espressione che da attonita è diventata sconfitta. Hai perso la tua battaglia perché hai creduto di poter fare ciò che non è sempre scontato: ottenere risultati impegnandosi solo all’ultimo momento, inventando un miracolo. Si può e a volte riesce, ma anche per fare i miracoli servono basi di credibilità. Adesso lo sai. Alla tua generazione è chiesta l’eccellenza. Voi dovete essere perfetti, perché siete pochi e crescete nell’idea che credere in se stessi in modo acritico funzioni sempre. E che essere incredibili sia la risposta. Da oggi sai che non è così. Essere persone straordinarie è uno status che si acquisisce con le vittorie, ma soprattutto con le sconfitte. Hai sottovalutato le implicazioni, hai creduto di poterti permettere di non fare il tuo dovere e alla fine hai sperato che il poco che hai fatto andasse bene a tutti. No, ciò che hai fatto come vedi non è bastato».

E poi il colpo di genio. «Eri convinto, ma il colpo di genio non sempre paga. Il colpo di genio l’hai avuto in qualche materia che non ti costava troppa fatica, mentre le altre le hai date per perse. Il colpo di genio usato così funziona una volta: si ripete soltanto quando hai speso un gran tempo nell’esercizio. Quando hai abbastanza scritto, suonato, cantato, letto, contato fino a rovinarti occhi, dita, gola. Quando hai imparato tutto quello che serve, anche se non ti sembra possa risultare minimamente utile al tuo scopo. Sai perché? Perché non hai ancora trovato il tuo scopo. Ti sei trovato a maggio a dover recuperare ciò che ritenevi di poter fare in un attimo e che in un attimo fare non si può. Ti sei illuso che tutto potesse essere fatto senza sforzo o con moderata fatica. Oggi hai scoperto che non funziona così. Che puoi raccontarti di essere bravo (e lo sei), ma per essere davvero bravi bisogna avere l’umiltà di aprire i libri e studiare cose noiosissime ogni giorno. Le dimenticherai dopo, non prima: questo è il segreto. Quello che ti resterà sarà parte di te, diventerà ciò che sarai. E quando le saprai tutte, le cose che chiede la scuola, ancora non basterà. Ma questo lo sai già, perché tu sei la nuova generazione. Lo sa bene anche la vecchia, se ciò ti può in qualche modo consolare.

Clementina chiude con un incoraggiamento e una commovente dichiarazione d’amore. «Alighieri Dante, il tizio che non hai studiato, ha dovuto subire umiliazioni peggiori delle tue. Cacciato da casa e dal suo paese, ha supplicato ospitalità, è morto da solo e nessuno si è ricordato di lui per almeno trecento anni. Oggi è lo scrittore di maggior successo al mondo. Questa è una sua celebre terzina. “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale”. È giunto il tempo che tu impari ad affrontare quelle scale. Queste scale sono le tue. Raccogli l’anima da terra e sali quei gradini, uno per uno. Fagliela vedere. Non ti ho mai amato così tanto come oggi che ti vedo perdere».

“Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede”.

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L’aula della scuola a Barbiana, il 18 giugno 2017. (Simone Donati, TerraProject per Internazionale)

Cinque ragioni per tornare a don Milani

“Io ero nella stanza accanto a fare scuola. Arrivò un ragazzino con una paginetta che diceva ‘Cara professoressa, lei è una poco di buono’ o cose simili. Io mi alzai e andai da don Lorenzo e gli dissi: ‘È una porcheria! È il foglio di un ragazzo arrabbiato!’. Il priore mi domandò: ‘La vuoi più bella? E noi la faremo più bella!’. Parlava sorridendo come uno a cui è venuta un’idea geniale; l’idea lo divertiva”. Così Adele Corradi racconta la scintilla che diede vita alla lettera più famosa della storia della pedagogia, scaturita dalla rabbia di un ragazzo che il suo maestro colse al volo, trasformandola nel cuore pulsante del suo laboratorio educativo per nove mesi, nel suo ultimo anno di vita.

Verso la fine di Lettera a una professoressa troviamo scritto: “Così abbiamo capito cos’è un’opera d’arte. È voler male a qualcuno o a qualcosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi”. Per Pier Paolo Pasolini è “una delle più straordinarie definizioni di quello che deve essere la poesia”.

Non si può certo dire che il cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani e dell’uscita di Lettera a una professoressa sia passato sotto silenzio. La meritoria pubblicazione delle opere complete – insieme a celebrazioni, articoli, polemiche talvolta pretestuose e perfino un pellegrinaggio riparatore di papa Francesco – ci ricorda che la figura del priore di Barbiana ancora brucia, nonostante i numerosi tentativi di neutralizzare gli spigoli più aspri e contundenti della sua testimonianza.

Provo a elencare cinque ragioni per cui tornare a quella esperienza è necessario a chi insegna e può aiutare a ragionare sui compiti dell’educare oggi.

Oltre l’individualismo
Spesso la pedagogia, per assumere la portata radicale della sua funzione sociale, ha bisogno di sguardi che vengano da altri mondi. È stato così con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korczak, tre medici che l’hanno profondamente messa in discussione all’inizio del novecento, mentre nell’Italia del dopoguerra c’è voluta la sensibilità e la determinazione di un prete per denunciare la feroce selezione di classe a danno dei figli degli operai e dei contadini. In questo caso, tuttavia, quella denuncia circostanziata non fu la presa di posizione di un singolo ma l’opera di una comunità e qui sta il primo aspetto straordinariamente attuale dell’esperienza educativa promossa da don Milani.

Lettera a una professoressa fu il frutto di una scrittura collettiva e rappresenta ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, una delle espressioni più alte di una pratica purtroppo assai rara nella scuola, luogo privilegiato di incontro, in cui maestro e allievi si mettono in gioco insieme creando cultura. La scrittura collettiva ha una lunga storia e Milani ebbe modo d’incrociarla nell’estate del 1963 grazie a Mario Lodi, che salì a trovarlo a Barbiana e condivise con lui la ricerca condotta da anni nel Movimento di cooperazione educativa, non solo in Italia.

“La ringrazio d’averci proposto quest’idea perché me ne son trovato bene”, scrive Milani a Lodi nell’autunno successivo. “È successo un fenomeno curioso che non avevo previsto, ma che dopo il fatto mi spiego molto bene: la collaborazione e il lungo ripensamento hanno prodotto una lettera che pur essendo assolutamente opera di questi ragazzi e nemmeno più dei maggiori che dei minori è risultata alla fine d’una maturità che è molto superiore a quella di ognuno dei singoli autori. Spiego la cosa così: ogni ragazzo ha un numero molto limitato di vocaboli che usa e un numero vasto di vocaboli che intende molto bene e di cui sa valutare i pregi, ma che non gli verrebbero alla bocca facilmente. Quando si leggono ad alta voce le venticinque proposte dei singoli ragazzi accade sempre che o l’uno o l’altro (e non è detto che sia dei più grandi) ha per caso azzeccato un vocabolo o un giro di frase particolarmente preciso o felice. Tutti i presenti (che pure non l’avevano saputo trovare nel momento in cui scrivevano) capiscono a colpo che il vocabolo è il migliore e vogliono che sia adottato nel testo unificato. Ecco perché il testo ha acquistato quell’andatura e quel rigore da adulto (direi anzi da adulto che misura le parole! animale purtroppo molto raro)”.

Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica

La lettera di cui scrive Milani è quella che i ragazzi di Barbiana scrissero nel novembre 1963 ai bambini di Piadena, riportata in un prezioso libro appena uscito: L’arte dello scrivere, curato da Francesco Tonucci e Cosetta Lodi.

Quell’incontro fu così significativo che Adele Corradi, nel ricostruire il metodo seguito per la stesura di Lettera a una professoressa quattro anni dopo, scrive: “Lo stile mi pare proprio che glielo abbiano dato i ragazzi. Ma certo nessuno di loro avrebbe saputo scrivere in quel modo senza l’aiuto degli altri. E anche a don Lorenzo non gli sarebbero certo nate in testa tante idee senza parlare con i ragazzi, senza ascoltarli, senza confessarli, senza discutere con loro (…). Per questo è giusto che di quegli otto che per nove mesi, tutte le mattine, hanno lavorato a quel libro, non si sappiano i nomi”.

Quel metodo rese possibile, nell’Italia del boom economico, un incontro tra due culture che nulla avevano in comune: la millenaria cultura materiale dei contadini di montagna, in quegli anni già in via d’estinzione, e la vasta cultura borghese e cosmopolita, di radice ebraica, incarnata da Lorenzo Milani, figlio di un ricco possidente fiorentino.

L’edificio con la scuola e la chiesa di Barbiana, il 18 giugno 2017. - Simone Donati, TerraProject per Internazionale

L’edificio con la scuola e la chiesa di Barbiana, il 18 giugno 2017. (Simone Donati, TerraProject per Internazionale)

Quell’incontro tra figli di analfabeti e un cultore quasi maniacale della parola precisa, capace di indagare e denunciare i mali del mondo, ha portato alla scrittura di un testo straordinariamente efficace che diventò, dal 1968 in poi, il più letto e discusso manifesto contro la scuola di classe in diversi paesi europei. Ciò che stava più a cuore al priore di Barbiana, nelle sei settimane che separarono l’uscita della Lettera dalla sua morte, fu che fosse riconosciuta come un’opera collettiva perché, in questo caso, il mezzo era davvero il messaggio. O, meglio, il modo in cui era stato forgiato il mezzo era il messaggio.

È importante ribadire con forza tutto ciò, in un tempo in cui ogni esperienza collettiva è guardata con sospetto e supponenza, mentre non c’è azione educativa degna di questo nome che non contempli il sincero e autentico tentativo di realizzare una impresa condivisa e plurale, capace di dare senso e sostanza a una comunità. A maggior ragione nelle scuole di oggi, in cui ogni comunità è sempre più, necessariamente, multiculturale.

Non è lecito parlare di Lorenzo Milani senza ricordare la tenacia e la coerenza con cui, per tutta la vita, ha costruito comunità per dare voce a chi non l’aveva e far sì che, a denunciare le malefatte di una scuola fatta su misura per i borghesi, fossero i figli dei contadini. “Dopo che si è fatta tutta questa fatica, seguendo regole che valgono per tutti, si trova sempre l’intellettuale cretino che sentenzia: ‘Questa lettera ha uno stile personalissimo’”.

Contro la scuola di classe
Sulla montagna in cui il cardinale Florit provò a isolare e mettere a tacere il prete scomodo, si creò un gruppo di ricerca sociale capace di elaborare una denuncia circostanziata e stringente sul tradimento della costituzione, costituito dalla sistematica cacciata dei poveri dalla scuola: su dieci figli di operai, cinque venivano bocciati; su dieci figli di contadini, ne venivano bocciati otto!

Per raccogliere i dati che compaiono nelle ultime venti pagine della Lettera, i ragazzi guidati dal priore non esitarono a chiedere informazioni al ministero della pubblica istruzione, all’Istat, ai direttori didattici della zona e a chiunque potesse fornirgli conferme attendibili per circostanziare la loro denuncia.

Ora che abbiamo a disposizione Tutte le opere, è appassionante seguire, attraverso le lettere spedite da Barbiana, ogni dettaglio di quella lunga fatica, fino al bigliettino spedito ad Adele: “Venga a godersi lo spettacolo di Tranquillo che si mangia gli statistici come panini”. Tranquillo era uno dei ragazzi che abitava quel microcosmo in cui stava avvenendo quella singolare rivoluzione culturale. Per una volta, infatti, gli esclusi dalla scuola non solo prendevano la parola, ma acquisivano gli elementi necessari per denunciare uno dei fondamenti dell’ingiustizia di classe, che consiste nel negare ai più deboli gli strumenti basilari della loro emancipazione.

Il laboratorio dove gli allievi di don Lorenzo Milani lavoravano, il 18 giugno 2017. - Simone Donati, TerraProject per Internazionale

Il laboratorio dove gli allievi di don Lorenzo Milani lavoravano, il 18 giugno 2017. (Simone Donati, TerraProject per Internazionale)

E così, mentre alcuni ragazzi lavoravano con righe e squadre per rendere leggibili dati complessi, tutti insieme, ogni giorno, s’impegnavano a trovare parole all’altezza del compito. Un paziente lavoro di cesello che portò alla formulazione di frasi lapidarie indimenticabili, come quella che definisce la scuola come “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

“Lavoriamo sodo alla lettera”, scrive l’8 dicembre Milani a sua madre. “La facciamo anche leggere a tutti quelli che vengono, specialmente a gente di poca istruzione per controllare se capiscono tutto. (…) Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza”. E, poche righe dopo, con efficace semplicità, nella Lettera si afferma che “l’arte è il contrario della pigrizia”.

Il tempo della scuola e quello della vita
La battaglia contro ogni pigrizia fu uno dei cardini di quella scuola. Con precisione puntigliosa, insieme ai suoi ragazzi Milani calcolò che, se si considerano tutti i giorni dell’anno, lo stato offre appena due ore di scuola al giorno. Troppe poche per colmare un divario linguistico antico e stratificato, perché i ricchi la lingua erudita la praticano altre 14 ore al giorno e così non sarà mai possibile raggiungerli.

Ad Alexander Langer, che salì più volte a Barbiana e tradurrà poi la Lettera in tedesco, Milani disse:

Dovete abbandonare l’università! Voi non fate altro che aumentare la distanza che c’è tra voi e la grande massa della gente non istruita. Fate piuttosto qualcosa per colmare quella distanza. Portate gli altri al livello in cui voi vi trovate oggi, e poi tutti insieme si farà un passo in avanti, e poi un altro ancora e così via. Altrimenti sarete al servizio solo del vostro privilegio.

“Non lasciammo l’università”, racconta Langer in un articolo ora raccolto nel libro Il viaggiatore leggero, “ma demmo inizio ad un doposcuola a Vingone, presso Scandicci, basato sul volontariato di parecchi universitari, e frequentato prevalentemente da figli di immigrati meridionali”.

A Barbiana la scuola funzionava dieci ore al giorno, 365 giorni all’anno. Il priore poteva pretendere una scuola senza feste né ricreazioni, perché l’alternativa per i ragazzi montanari era badare tutto il tempo agli animali e come disse Lucio, che aveva 36 mucche nella stalla, “la scuola sarà sempre meglio della merda”.

Nel 1963 si era finalmente arrivati in Italia alla scuola media unica aperta a tutti, ma il tempo limitato e le troppe bocciature compromisero la piena realizzazione di quella riforma, che pure permise un notevole miglioramento dell’istruzione di base nel nostro paese.

Molte cose sono cambiate da allora e le bocciature nella scuola elementare e media sono drasticamente diminuite. Rimangono tuttavia fortissime le disparità e le espulsioni, ora chiamate dispersione scolastica. Sopravvive, soprattutto, una forma più sottile ma non meno infame di emarginazione e discriminazione, che consiste nella creazione, in quasi la metà delle scuole del nostro paese, di sezioni ghetto in cui sono messi “a pascolare” – come s’usa dire a Napoli – i ragazzi che la scuola dà per persi prima ancora di accoglierli. Quei ragazzi sono separati dai più ricchi e privilegiati e spesso affidati a insegnanti di passaggio, precari, che cambiano in continuazione.

La chiesa di Barbiana, il 18 giugno 2017. - Simone Donati, TerraProject per Internazionale

La chiesa di Barbiana, il 18 giugno 2017. (Simone Donati, TerraProject per Internazionale)

Si è dovuto attendere il 1971 perché fosse istituito il tempo pieno previsto dalla fondazione della scuola media unica, ma ancora oggi resiste l’assurda disparità per cui, tra i 917mila studenti che usufruiscono di questo necessario prolungamento del tempo a scuola, il 58 per cento frequenta scuole del nord, il 26 per cento quelle dell’Italia centrale e solo il 15 per cento quelle del sud e delle isole, cioè le regioni in cui ci sarebbe maggiore bisogno d’istruzione.

Una disuguaglianza che chiunque nomini Lorenzo Milani dovrebbe denunciare e contribuire a sanare, a partire dalla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli, che ha dedicato una giornata al prete di Barbiana.

In verità, la questione del tempo evocata da Milani non riguardava solo il tempo di studio, ma un’idea della vita che gli fece affermare, nella Lettera, “ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.

Educazione, lavoro, viaggi
Personalmente m’inquieta l’idea di un maestro presente in ogni frangente della vita dei suoi allievi e che arriva anche a confessarli. Una sorta di “monarca assoluto” – per usare una sua espressione – che guarda con apprensione al tempo della crescita: “Le mode gli hanno detto che i 12-21 anni sono l’età dei giochi sportivi e sessuali, dell’odio per lo studio. Gli hanno nascosto che i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola. I 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti. A 21 si avvicina l’età dei pensieri privati: fidanzamento, matrimonio, figlioli, benessere. Allora non avrà più il tempo per le riunioni, avrà paura di esporsi, non potrà certo donarsi tutto”.

Questo passaggio della Lettera mette in luce un tema molto delicato, presente in ogni atto della vita del priore. Donarsi tutto era il suo imperativo. Ma poiché Lorenzo Milani teneva sempre tutto insieme, diventò necessariamente anche il suo credo pedagogico. La sua personale ricerca di assoluto diventò necessariamente anche pressante richiesta di assoluto proposta ai suoi allievi, e questo gli provocò inevitabilmente forti delusioni.

Ora, mentre credo sia necessario per chi insegna essere consapevole di quanto il corpo, il comportamento e l’esempio educhino assai di più delle parole, pensare di essere depositari di verità assolute pone non poche questioni.

Lorenzo Milani non esitò a vietare ai ragazzi di guardare la televisione quando tornavano a casa la sera, si offese quando scoprì che alcuni di loro andavano a ballare il sabato e arrivò a scrivere una lettera che rivendicava senza remore il diritto del maestro di comandare fin nell’intimo l’allievo. A Francuccio, a cui aveva dato l’opportunità di andare a lavorare in Algeria, scrisse infatti:

Io non cambio stile per i ragazzi che sono fuori di casa, nel senso che qui comando io e fuori lascio comandare loro. Il problema è solo di informazione. È evidente che comando anche a Algeri, solo incarico i due occhi e le due orecchie che ho a Algeri (cioè le tue) di informare il cervello che ho a Algeri (cioè il tuo) perché prenda delle decisioni per me.

Come spesso succede, tuttavia, le cose sono più complesse di come appaiono. Così, quando ho espresso a Edoardo Martinelli, uno degli otto ragazzi che parteciparono alla redazione della Lettera, i miei dubbi sugli integralismi e gli eccessi di controllo del priore sulla loro vita, si è messo a ridere e mi ha raccontato che per lui, partire per Londra a 15 anni avendo l’occasione di lavorare, ma anche di conoscere Bertrand Russell, andare ai concerti e incontrare ragazze, fu un’esperienza chiave.

A Barbiana non ci fu mai contrapposizione tra lavoro manuale e intellettuale. I ragazzi realizzarono da sé i banchi su cui studiare e un astrolabio di precisione, e contribuirono alla costruzione di un ponte che rendeva più agevole l’accesso alla canonica di un ragazzo.

Questa particolarissima educazione al lavoro, offerta dal prete ai ragazzi del Mugello, che passava anche attraverso viaggi in Inghilterra, Francia, Germania e perfino nell’Algeria appena liberata dal colonialismo, fu un’esperienza formativa fondamentale a cui è utile tornare.

Mi ha fatto pensare a iniziative simili proposte a Napoli ai ragazzi del progetto Chance. Pratiche di didattica itinerante, necessarie per uscire dalla gabbia antropologica di un’emarginazione capace solo di moltiplicare la violenza, ben raccontate da Carla Melazzini in Insegnare al principe di Danimarca.

Per Andrea Canevaro, il più sensibile ricercatore nel campo della disabilità, l’eredità più attuale dell’esperienza di Barbiana va rintracciata proprio nella relazione tra scuola e lavoro, di cui si torna a discutere oggi e a cui andrebbe dedicata una riflessione più attenta e radicale.

Educare alla disobbedienza
L’ultimo punto, forse il più necessario e dimenticato, riguarda il rapporto con la legge e dunque con la storia. Sulla necessità di educare alla disobbedienza, Milani usa parole inequivocabili nella Lettera ai giudici:

“Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede”.

Lorenzo Milani fu accusato e condannato e per arrivare alla legge che permise l’obiezione di coscienza al servizio militare ci vollero anni. Ma quella conquista la dobbiamo a lui e a testimoni convinti come lui. È figlia di un maestro capace d’insegnare con l’esempio ad avere coraggio, persuaso che i ragazzi “bisogna che si sentano ognuno responsabile di tutto”.

Sentirsi responsabili di tutto è l’eredità di Barbiana più difficile da raccogliere. In un tempo in cui è venuta meno l’adesione a grandi organizzazioni collettive, torna con forza la necessità di educare alla responsabilità, sapendo compiere scelte coerenti per il futuro del pianeta e per la convivenza tra gli esseri umani. C’è una grande quantità di leggi ingiuste che perpetuano disuguaglianze e discriminazioni. Per dare spazio a un futuro più aperto, abbiamo bisogno del coraggio di testimoni che con le loro scelte e azioni diano corpo all’affermazione di Albert Camus: “Mi ribello, dunque siamo”.