DENTRO LE RIGHE: LA DIRIGENZA SCOLASTICA ELEMENTO DI DEBOLEZZA NELLA SCUOLA Scritto da Libero Tassella

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Ho sempre considerato la Dirigenza scolastica un elemento di debolezza nella scuola dell’autonomia che ormai è in crisi e a mio avviso oggi va profondamente riformata a partire anche dalla dirigenza scolastica; il Dirigente oscilla in un ruolo che va dal delirio di onnipotenza,  in autonomia credono, come un signore feudale, di poter fare tutto ciò che vogliono per il supposto bene della loro azienda e dei loro clienti ( genitori ed alunni) in barba a contratti e a norme di rango primario o secondario, oppure sono dei paurosi burocrati sempre impauriti di dover aprire il borsellino e risarcire, pecore con gli impiegati e i funzionari dell’amministrazione, leoni con i sottoposti in specie insegnanti, rasentando a volte la villania e la scostumatezza.

E poi l’arroganza contrabbandata da decisionismo, li abbiamo visti in giacca blu, e cravatta caricature di manager, con porte delle dirigenze sempre chiuse , con decine di collaboratori a carico del FIS, portare alla rovina scuole, utilizzare in modo disinvolto le risorse, circondarsi da corti dei miracoli, entrare nelle valutazioni imponendo promozioni , scambiano la valutazione come una promozione della loro azienda e soprattutto l’impunità di cui godono a prescinderei dai risultati, vivono nell’autoreferenzialità pura, molti di queste caricature di manager in un’azienda privata sarebbero stati cacciati a calci nel sedere, nelle scuole pubbliche più danno fanno ,più sono inamovibili!Immagine

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tre donne forti

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In verità non rimpiangeva niente, completamente immersa nella realtà di un presente atroce ma che poteva prendere forma con chiarezza nella sua mente, che poteva essere sottoposto ad una riflessione in cui entravano al tempo stesso pragmatismo ed orgoglio […] e che, soprattutto, lei immaginava transitorio, convinta com’era che quel periodo di tre donne fortisofferenza avrebbe avuto una fine e che lei non ne sarebbe stata di certo ripagata […]ma molto semplicemente sarebbe passata ad altro, a qualcosa che ancora ignorava ma aveva la curiosità di conoscere”.

Donne acrobate d’emozioni

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Mi piacciono le donne audaci e un po’ folli,

spericolate acrobate delle emozioni,

che si lanciano nel vuoto senza rete

verso le mani di uomini a volte distratti.

Hanno occhi di cielo e mani d’acciaio

e non hanno mai paura di cadere,

le trapeziste dei sentimenti,

inguaribili sognatrici

che nel circo della vita

sanno trovare sempre nuovi appigli.

E quando cadono, sanno rialzarsi,

curarsi le ferite e ricominciare.

Pensando già al prossimo volo nel vuoto,

perché si annoiano a terra.

Hanno sorprendenti fili per volare

e non smetteranno mai

di cercare uomini meno distratti

e con mani più salde

verso cui lanciarsi.

(Agostino Degas) dal libro “Gli infiniti adesso dell’anima. Ritratti di donna.”ph DeMilked

ph  Dariusz Klimczak

Titanic

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schia

Non ho mai parlato di lui fino ad ora, con nessuno, neanche con tuo nonno… Il cuore di una donna è un profondo oceano di segreti. Ma ora sapete che c’era un uomo di nome Jack Dawson, e che lui mi ha salvata, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata. Non ho niente di lui, neanche una sua foto… Vive solo nei miei ricordi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accogliere la Vita

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La Madre è colei che riconosce e custodisce, al di là della Natura, la fragilità della Vita. 

È l’emblema della trascendenza, di quell’amore cieco, forza senza eguali che scuote e al contempo nutre. 

di E. De Marchis

La biologia insegna che la vita si forma a partire dalla fecondazione, per tale intendendosi l’unione di due gameti di sesso diverso e la fusione dei rispettivi nuclei. Dunque, vero è che non si nasce senza l’unione dei gameti, ma altrettanto vero è che non si cresce, non si diventa grandi senza l’affetto, il riconoscimento, la testimonianza, la fede, la promessa e la cura, così come Heidegger la intendeva: l’aver cura degli altri come modo tipico d’essere dell’uomo, il quale è originariamente “con” gli altri e dunque “verso” gli altri, da sempre e per costituzione aperto. In tal caso, aperto naturalmente alla vita nella sua totalità e trascendenza.

Pablo Picasso, “Maternidad”

Pablo Picasso,

Possessore della cura dell’Altro, qui inteso come figlio, è, sin dal primo istante di vita, la Madre. La Madre, come luogo originario della singola persona, è il primo amore. La madre è la «culla»: l’individuo lì nasce. E lì torna: è il suo sepolcro. È in questo senso, esistenziale, profondo, che la madre parla di Ugo al figlio defunto: «parla di me col tuo cenere muto» (Foscolo, In morte del fratello Giovanni): la madre porta nel grembo il figlio deceduto.  Egli vive ancora dentro il suo grembo. La Madre, anche dinanzi alla morte, è custode di Vita. Ma è vero anche il contrario: la madre, che ha dato la vita, riceve la vita dal figlio, una volta che è morta. E perciò Montale, in A mia madre, la fa risorgere, nella memoria filiale: « e la domanda che tu lasci è anch’essa / un gesto tuo, all’ombra delle croci ».  La Madre, continua ad essere per il poeta la stella polare, il porto sicuro, ristoro e quiete per i turbamenti dell’anima. Montale cerca la Madre anche dopo la morte, sfida quest’ultima, si aggrappa alla corporeità della Madre, ricordandola nei gesti e nella cura quotidiana che a lui riservava. Vive in lui nell’eterno ricordo.

La madre è mediatrice: e non solo nell’immaginifico religioso. Nel mito classico, la madre Gea salva Giove dal padre Cronos. Fuori dal mito, ella assume una funzione mediatrice proprio in virtù del suo amore per i figli. Nella lirica La madre (1930) Ungaretti scrive: « Sarai una statua davanti all’Eterno ». Possiamo dire che la madre rinasce nel figlio che nasce. Questa è la maternità. Far nascere e insieme ri-nascere. Il tempo della maternità, tuttavia, non può essere ridotto alla nascita e alla ri-nascita, è anteriore a tale evento, è piuttosto un desiderio atemporale e pulsante che si manifesta ancor prima del concepimento. La maternità, declinata nelle sue numerose forme, è un , una risposta positiva al desiderio inconscio e innato nella donna.  Un  che implica la volontà manifestata di ospitare la Vita, farsi garante di essa, più semplicemente è volontà di accoglierla. Scrive Massimo Recalcati nell’opera Le mani della madre :

« Bisognerebbe sottrarre la maternità a ogni sua rappresentazione naturalistica: madre non è il nome della genitrice, ma, al di là della Natura, al di là del sesso e della stirpe, è il nome di quell’Altro che offre le proprie mani alla vita che viene al mondo, che risponde alla sua invocazione, che la sostiene con il proprio desiderio […]. Bisognerebbe provare a essere giusti con la madre e riconoscere nelle sue mani un’ospitalità senza proprietà di cui la vita umana necessita. Bisognerebbe rintracciare nel suo dono del respiro la possibilità che la vita abbia un inizio e che possa ogni volta ricominciare. »

Gustav Klimt, “Le tre età”

Gustav Klimt,

La vita necessita di un Altro che, accogliendola, la porti alla luce nel mondo. Ed ecco che le gravidanze miracolose della Vergine Maria o della vecchia e infeconda Sara sono l’emblema della descrizione di Recalcati, ovvero di quella maternità intesa come apertura totale, gratuita e coraggiosa all’Altro. La Madre è colei che riconosce e custodisce, al di là della Natura, la fragilità della Vita. È l’emblema della trascendenza, di quell’amore cieco, forza senza eguali che scuote e al contempo nutre. Quell’amore capace di amare l’Altro nonostante le contingenze, e che in virtù di esse si scopre sempre più grande. Quell’amore che non è astratto, quasi fosse di un altro mondo, ma che vive di tutto ciò che col passare del tempo ha contribuito – anche ostacolandolo – a farlo fiorire. Una mamma adottiva raccontò il suddetto amore con tali parole:

« Dopo attimi dilatati la porta si apre. Ci guardiamo. Sto male. È il momento che attendiamo da 4 anni. Stiamo per incontrare per la prima volta nostra figlia. Ed entra l’assistente sociale con in braccio lei. È un momento che trafigge. Ogni altro pensiero sparisce, tutti i rumori svaniscono, tutto intorno si fa bianco e nero, lei sola a colori. Sto guardando mia figlia per la prima volta. E vorrei poter usare il rallentatore per non perdermi nessun secondo… cerco dei riferimenti su quel viso partendo dalla foto ricevuta all’abbinamento ma, incredula, non ne trovo… è lei? È lei. E lei è piccola nei suoi sei anni e mezzo. È in lacrime. Paonazza. Lineamenti tirati da neonato sofferente. Quanto ha atteso questa nascita? La paura dipinta sul piccolo viso. Appoggia il suo sguardo su di noi… ma scivola via. I capelli sono umidi, è tutta sudata. E io la sento e tutto mi risuona e mi viene da piangere. È un parto. »

Gustav Klimt, “Speranza”

Gustav Klimt,

Ed ecco che la vita umana ha bisogno di mani che accolgano, cullino e scaldino. Fuor di metafora, necessita per fiorire di accoglienza, affetto e calore dei quali la Madre è portatrice sana. Alla luce di ciò è da ritenersi legittima ogni postulata idea di divergenza tra l’esser Madre biologicamente o attraverso indirette vie? Se trascendessimo il piano puramente empirico, converremmo che non sussiste alcuna differenza poiché Madre è colei che accoglie la Vita indipendentemente-da; da tale considerazione discende un corollario: figlio è colui che abbia ricevuto un gratuito riconoscimento di Vita. Ed è per tal motivo che la giurisprudenza ha avuto cura di eliminare ogni differenza tra figli naturali e non, legittimi e illegittimi con la riforma del diritto di famiglia (Legge n.151 del 1975), ribadendo dal punto di vista dello ius l’unicità dello stato di figlio. Ciò che conta è l’accoglienza, il riconoscimento e la protezione che non cedono a differenze. Ad un bambino orfano manca la cura e per esso non sarà rilevante da chi proviene questa cura. L’amore non cede a differenze. L’amore non parla una sola lingua. L’amore crea, non distrugge. L’amore conserva, non abbandona. « L’amore non ha confini; ed è per questo che è perfetto », ebbe cura di scrivere Michela Marzano nel suo ultimo libro L’amore che resta. L’apertura delle mani alla Vita sarà completa nel momento in cui guarderemo ad ogni bambino del mondo con gli occhi della ‘’cura’’. Quando il cuore, con la mente, sarà in grado di effettuare l’universale riconoscimento: ogni Altro è mio figlio.

Tu fosti finché non te ne andasti

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Ti sembra io pianga?

No!

Sciolgo a giri di danza il rancore

col solo intento di dimenticare il male

mentre tutto scorre uguale

nell’irremoto spazio di questo occhio fisso

alla capacità della tua lungimirante demenza

e senza che me ne accorga

sciolgo anche i capelli sulle mie spalle

(V. Di Caro)

 

 

 

fo

ph vincenza pellegrino

L’esserti amico forse non è amore

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Figlio mio! Quando ti vedo sorridente, godo, e anche mia è la tua felicità, ma chioccia afflitta dalla cecità non vedo oltre, e il tuo futur non snodo. Mai m’avventuro a spaziare lontano e m’accontento sempre del presente, fo che il domani allor ti sia clemente senza mai lasciare la tua mano. Non è bontà […]

via L’esserti amico forse non è amore — Cantiere poesia

Era Bellissima, mia madre

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Era Bellissima, mia madre

di Ruderi e di Scrittura

Sembrava una bambina, mia madre. Ero alla guida e sbirciavo il suo sguardo, mentre la città, quelle vie del suo quartiere che conosceva a memoria, si perdeva come la pioggia al parabrezza. Era euforica, nello sguardo. Composta nel suo sedile con le mani giunte a quei pantaloni che per uscire preferiva alla gonna. Splendeva di bellezza, mia madre, nelle sue rughe gioiose affidate a suo figlio.

“Ma come devo fare quando arriviamo?” chiese. “Ci sarà tanta gente? Speriamo di non essere troppo dietro. Siamo in tempo, vero?” era un misto di ansia e felicità e io mi innamoravo sempre più di quelle parole che ora da adulto mi inteneriscono. Quanta purezza ha la vecchiaia.

Fu poi improvvisa luce quando il film iniziò e la vidi sorridere con gli occhi lucidi. Era felice mia madre e io l’amai.

Gaetano Barreca

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Il Tesoro di Cosenza: La Stauroteca Di Federico II

Galleria

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SUB.jpgNon posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,

però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.
Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico…

J. L. Borges

 

 

ph. vincenza@pellegrino